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Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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Sine
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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Sine » 20/10/2009, 22:32

Si ma ho aperto la pagina dal fondo e ho letto l'ultima riga per prima!
Che palle...

E mi è piaciuto :D
Però leggerlo sapendo già di cosa stavi parlando era tutt'altra cosa.
Comunque bravo robyus, benvenuto nel club di quelli che vengono letti poco! :01:
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Robyus
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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 20/10/2009, 22:45

Sine ha scritto: Si ma ho aperto la pagina dal fondo e ho letto l'ultima riga per prima!
Che palle...

E mi è piaciuto :D
Però leggerlo sapendo già di cosa stavi parlando era tutt'altra cosa.
Comunque bravo robyus, benvenuto nel club di quelli che vengono letti poco! :01:

:lol2: grazie mille Sine

mi è venuta l'ispirazione ieri dopo che mi è successo quello che succede alla fine del racconto, ovviamente io stavo dall'altra parte :lol2:
Ultima modifica di Robyus il 20/10/2009, 23:47, modificato 1 volta in totale.

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da doc G » 21/10/2009, 7:43

Robyus ha scritto: :lol2: grazie mille Sine

mi è venuta l'ispirazione ieri dopo che mi è successo quello che succede alla fine del racconto, ovviamente io stavo dall'altra parte :lol2:

Alla guida dell'auto, speriamo! :lol2: :lol2:
Per fortuna io prima ho letto il post di Sine, quindi mi sono tenuto ben lontano dall'ultima riga! :lol2: :lol2:
Bene così, un altro adepto per il club meno frequentato del forum.
Per senso di appartenenza il prossimo racconto dovrai scriverlo su una foca monaca.

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da PENNY » 21/10/2009, 12:39

Robyus ha scritto: :lol2: grazie mille Sine

mi è venuta l'ispirazione ieri dopo che mi è successo quello che succede alla fine del racconto, ovviamente io stavo dall'altra parte :lol2:

Molto bello,già mi pregustavo il colpo di scena finale,ma fino all'ultima riga ero sicuro si trattasse di una complicata metafora per descrivere la vita di una "passeggiatrice"  :lol2:

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 21/10/2009, 13:05

doc G ha scritto: Alla guida dell'auto, speriamo! :lol2: :lol2:
Per fortuna io prima ho letto il post di Sine, quindi mi sono tenuto ben lontano dall'ultima riga! :lol2: :lol2:
Bene così, un altro adepto per il club meno frequentato del forum.
Per senso di appartenenza il prossimo racconto dovrai scriverlo su una foca monaca.

alla guida della Fiat Bravo di colore bianco per la precisione :lol2: :lol2:

un racconto su una foca monaca :penso: vedò cosa si può fare :lol2:


PENNY ha scritto: Molto bello,già mi pregustavo il colpo di scena finale,ma fino all'ultima riga ero sicuro si trattasse di una complicata metafora per descrivere la vita di una "passeggiatrice"  :lol2:

:stralol: :stralol: :stralol:


comunque grazie per i complimenti, già il fatto che qualcuno l'abbia letto mi invoglia ancor di più a far parte della congrega dei naufraghi.

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Toni Monroe » 07/12/2009, 8:20

Up!  Prossimamente su queste pagine..


[...] Poco prima di arrivare al campo i ragazzi sentono dei suoni provenire da dietro l'angolo; una tromba, si sarebbe detto. L'Essenziale riconobbe un passaggio di I will survive nella versione di Nils Landgren e lo trovò bizzarro in quel posto, dato che non era certo il tipo di musica che andava per la maggiore tra gli adolescenti. Appena voltato l'angolo videro -tra l'altro- che di adolescenti non v'era traccia sul campo. Pareva si stesse tenendo una specie di allenamento con un giocatore che attaccava una difesa -di tre giocatori- schierata e al termine di ogni azione la palla veniva comunque restituita a lui, indipendentemente dall'esito di ogni attacco. Che spesso -comunque- risultava vincente.[...]




:forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 07/12/2009, 14:35

ma non farci aspettare troppo :forza:

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Paperone » 07/12/2009, 15:18

anche io ho avuto l'effetto Sinelli :sbadat:
bravo Robyus :applauso:
Giordan ha scritto: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 07/12/2009, 18:36

Paperone ha scritto: anche io ho avuto l'effetto Sinelli :sbadat:
bravo Robyus :applauso:

ah grazie mille :thumbup:

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 09/12/2009, 22:47

intanto che Toni ci fa aspettare mi permetto di pubblicare un raccontino un pò non sense, data la lunghezza lo divido in un paio di post:



Il viale lastricato da rotonde pietre rosse e grigie era scortato ai lati dai salici piangenti, distanziati fra loro da non più di dieci passi. I rami dei salici cascavano quasi a sfiorarmi la faccia e la luce pallida del sole si insinuava tra le foglie, dando al pavimento striature di ombra e luce che col soffiare del vento si animava, e sembrava muoversi come la pelle di una balena. La zona circostante era costellata da alberi, tra i quali anche lunghi eucalipti, corpulente quercie, fieri aceri, qualche stoico pino e un unico ulivo che abitava il parco da più di trecento anni.
Le coppie di altalene si incontravano circa ogni cento metri e vicino ad esse c’era anche un scivolo che sembrava parte integrante di un ideale cortiletto davanti alla casetta che sorgeva lì a pochi passi, tutta fatta di legno, con le piccole finestre bordate di rosso, dalle quali ogni tanto spuntava il viso di un bambino. Il cigolio delle altalene e gli schiamazzi dei bambini si ovattavano tra le fronde degli alberi, di tanto in tanto si sentiva un cane abbaiare e i rintocchi felpati di zampe che pigiavano il terreno di foglie ancora umide.
Le mani iniziavano a sudare dentro le mie tasche e l’aria umida mi provocava brividi di sudore freddo.
Davanti a me il viale alberato dal pavimento sconnesso, sotto i miei passi incerti, penetrava nel parco naturale, dando l‘idea di non poter terminare mai.
Camminavo lentamente e pensavo che la sconnessione di quel lastricato sotto i miei piedi potesse in qualche modo mettere in difficoltà il mio equilibrio.
Sentivo che dovevo assolutamente calibrare ogni mio passo, ogni mio movimento, costringendo me stesso a evitare nello strafare con la pressione della gamba nel terreno, cercando di compiere un movimento graduale e coordinato dando la giusta misura alla successione temporale della sequenza in due tempi costituita dall’appoggio tacco-punta al pavimento. Allo stesso tempo dovevo tenere conto delle sconnessioni del terreno che l’avanzare del tempo aveva provocato in tanti anni: dalle buche e da tutte quelle anomalie che potevano rendere ancora più problematica la mia camminata. Quindi il mio sguardo, certamente direzionato davanti a me, ogni tanto scrutava attentamente tra gli interstizi del rugoso lastricato, alla ricerca di imperfezioni - anche le più impercettibili - di qualche pietra scalfita o addirittura mancante: tutti fattori hce avrebbero potuto pregiudicare l’equilibrio della mia camminata.
Per non parlare dell’umidità. Quella rugiada che si posava tutte le mattine come un velo impalpabile su ogni cosa e rendeva quelle pietre, quel lastricato, viscido a tal punto da destare in me vera preoccupazione. Cercavo quindi di evitare con la massima accuratezza di sfregare con la suola della mia scarpa il pavimento, preferivo piuttosto accompagnare ogni mio singolo sforzo alla ricerca di una rotondità e un’armonia nel movimento delle gambe che potessero conferire fluidità alla mia andatura, e cercavo, allo stesso tempo, di evitare ogni sorta di sbavatura applicando accorgimenti di vario tipo.
Le curve del viale poi, se non fossi stato attento avrebbero potuto mettere a dura prova il mio baricentro. Dovevo dunque calcolare la rilevanza dello spostamento del mio peso ogni qual volta che avrei imboccato una curva del viale. Dovevo perciò stabilire quale sarebbe dovuto essere il miglior rapporto tra la trazione e l’impercettibile, ma comunque tangibile, forza centrifuga che cercava di buttarmi  fuori, all’esterno della curva. Dovevo anche qui trovare il giusto equilibrio nei movimenti, la coordinazione adeguata, senza dimenticare di mantenere un intervallo regolare fra un passo e l’altro, sia in fatto di tempistica, sia in fatto di distanza tra un piede che si appoggiava e l‘altro. Non dovevo scordarmi di trascurare le variabili connesse all’alternarsi del senso della curva in rapporto alla forza di ogni mia gamba. E in tutto questo avrei dovuto prestare la massima attenzione alla viscidità delle pietre, ricordandomi delle sconnessioni e delle buche che avrei potuto incontrare, considerando il fatto che sarebbero potute diventare esponenzialmente più insidiose in condizioni di equilibrio già precario come quelle che si presentavano dentro una curva.
Curve dolci, curve lunghe, curve quasi impercettibili a volte, poi curve così strette che sembravano dei tornanti, curve che si alternavano e variavano raggio e direzione e inclinazione. E io dovevo prestare attenzione a ogni percorrenza, cercando di non far influenzare la linea della mia traiettoria anche quando dal senso opposto arrivava qualcun altro, cercavo così di reggere la forza d’urto dello spostamento d’aria degli individui che incrociavano il mio cammino.
Pensavo a tutte queste cose, più altre ancora, dunque, mentre percorrevo il viale dei salici piangenti accanto a lei.
Cercavo di mantenere il mio equilibrio e intanto parlavo con lei, che camminava alla mia destra e indossava un lungo cappotto color porpora. Aveva una cuffia dello stesso colore del cappotto, da cui spuntavano i suoi capelli biondi. Mentre parlavo con lei e camminavamo cercavo di non far notare il mio sforzo nel mantenere l’equilibrio. Mi adoperavo  per rendere i miei movimenti i più naturali e fluidi possibili, camuffavo i miei sforzi assumendo una mimica facciale fiera, che non desse l’idea che io stessi concentrando i miei sforzi per qualcosa. Anche quando parlavo con lei facevo di tutto per non  apparire preoccupato di cadere, la guardavo negli occhi ogni tanto e allo stesso tempo cercavo di mantenere la simmetria della mia camminata.
Profumava di ciclamino e sorrideva discretamente, non era molto alta e la sua pelle aveva il colore della più bianca sabbia del mare.

Come l’avevo conosciuta? Non lo saprei dire con esattezza, ma sono sicuro di essere stato io a ad avvicinarmi a lei. Credo sia successo due, massimo tre giorni prima di quella mattina al parco.
Un piccolo cane mi venne incontro mentre mi addentravo in discussioni improbabili e incontrollate con due miei cari amici. Si mise davanti ai miei piedi, e io guardandolo dall’alto in basso gli chiesi se voleva partecipare alla conversazione, perché il suo sguardo sveglio mi diede da pensare che potesse in qualche modo arricchire di contenuti il nostro scambio di idee e portare tra noi un punto di vista che, per sua natura, sarebbe stato di ordine diverso. Ma lui ignorò le mie parole e si voltò nella direzione di una ragazza bionda che, seduta su una panchina, agitava la mano, facendo segno al cagnolino di avvicinarsi da lei. Il cagnolino scuoteva la testa in segno di diniego e poi mi guardava, poi mi chiese di seguirlo, non mi ricordo esattamente le parole che mi disse però. Comunque lo seguii senza porre obiezioni, lasciando in sospeso l’interessante conversazione con i miei due cari amici. Loro si risentirono un po’ per questo e non mi rivolsero mai più la parola. Fatto sta che quando mi avvicinai la ragazza prese in grembo il cagnolino e lo baciò tre volte nella piccola fronte, poi lo rimise a terra e mi disse che non c’era bisogno che mi avvicinassi, perché il cane sarebbe tornato da lei da solo. Allora girai i tacchi e feci per tornare verso i miei due cari amici - non sapevo ancora che non mi volevano più parlare - senza dir nulla. Il cagnolino mi seguì, proprio come avevo pensato. Allora la ragazza lo chiamò, Gimi disse, torna qua. Ma Gimi continuava a starmi dietro, cercando di tenere la scia del mio passo con le sue zampette agili. Allora la ragazza chiamò me, dicendomi ehi, perché il mio nome ancora non lo conosceva. Io mi voltai e tornai da lei, ma lo feci per fare un piacere a Gimi, sia ben chiaro, non avevo nessuna intenzione di assecondare una ragazza che, seppur bella, si comportava con me in maniera così obliqua.
Mi sedetti a fianco a lei, anche quella volta profumava di ciclamino, però aveva dei guanti di lana rossi. Mi disse che se il suo cane si fidava di me allora anche lei avrebbe potuto farlo. Si presentò, disse di chiamarsi Lauren e di avere un negozio di souvenir. Era un negozio piccolo, così mi disse, così piccolo che non ci potevano stare più di cinque persone nello stesso momento. In quel suo negozietto c’era però qualsiasi tipo di cianfrusaglia da turista: spille, magliette, pupazzi, quadretti, portachiavi, bracciali, calamite da attaccare ai frigoriferi, contenitori di ogni genere, bicchieri, tazze, piatti, forchette, servizi completi, e poi anche penne, utensili di uso comune, fazzoletti, berretti, anelli, bambole di legno e di stoffa, pantofole, lampade, cornici, calendari e anche profumi e deodoranti fatti in casa: tutti con su scritto il nome del paese di provenienza. Mi disse che il suo negozio l’aveva ereditato da una zia defunta un anno prima e che, non sentendosi di venderlo, l’aveva preso lei in gestione. Il negozio faceva angolo con un vicolo che sboccava su Piazza dei Cinque Fermi e si chiamava Sophie, come la sua cara zia scomparsa un anno prima.
Non so perché, ma la nostra prima conversazione prese questa direzione per non tornare più indietro. Mi parlò di oggettistica per due ore di fila, poi, quando lei decise che si era fatto tardi si alzò. Io le porsi il mio biglietto da visita, prima di vederla allontanarsi da me. Mi chiamò dopo due giorni e il giorno dopo ancora c’incontrammo al parco naturale come volle lei.

...continua...

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 10/12/2009, 11:33

ed ecco la seconda (e ultima) parte, a chi interessa :D.


Mentre cercavo di mantenere il mio equilibrio nell’impervio terreno sotto ai miei piedi mi chiedevo con ostinazione che cosa ci facessi esattamente in quel viale tortuoso con quella ragazza bionda che parlò con me e prese il mio biglietto da visita con fare neutrale e, oserei dire, indifferente. Così come per il tono della sua voce senza inflessioni e la sua bocca che non sorrideva mai, e i suoi occhi che sembravano non brillare di nessuna luce.
In fondo quella ragazza io l’avevo dimenticata neanche un’ora dopo il nostro primo incontro e il pensiero della sua impalpabilità si ripresentò solo dal momento in cui lei mi chiamò, dicendomi che se avevo piacere ci saremmo potuti incontrare al parco naturale la mattina dopo.
Anche l’avvio della nostra camminata lungo quel serpente scivoloso che era il sentiero parve così naturale e tacito e, così all’apparenza, del tutto privo di qualsiasi emozione.
Eravamo a metà strada - a detta sua, perché io non avevo mai fatto quel percorso - ma a metà strada per dove? Dov’è che conduceva il sentiero in fondo al parco naturale?
Quando glielo chiesi lei mi sorrise per un attimo, impercettibilmente, e mi guardò di traverso da sotto il suo berretto di lana color porpora. Poi mi disse che il sentiero aveva una fine, ma poteva essere che la fine di quel sentiero sarebbe stata irraggiungibile, disse poi. Dipendeva da me, e da lei. La fine del sentiero non l’avremmo di certo vista a occhio nudo per via di tutti quegli alberi che coprivano come un gigantesco sudario verde tutto il parco naturale. Non avremmo visto la fine sino a quando non ci saremmo arrivati sul serio.
Dopo un’altra mezza dozzina di curve Lauren mi rivelò che alla fine del sentiero non c’era mai arrivata neanche lei e che era la prima volta che si spingeva così in fondo.
Io intanto controllavo la mia camminata e cercavo di renderla perfetta e armoniosa, fatto sta che non mi spiegavo che diavolo ci facesse una giovane ragazza con uno sconosciuto in un posto dove non era mai stata.
Alla mia domanda lei rispose semplicemente che trovava triste visitare un posto per la prima volta da soli: lo scampolo di gioia derivante dalla scoperta avrebbe potuto condividerlo con qualcuno sinceramente disposto ad assecondarla e questo qualcuno poteva essere solo uno sconosciuto di buon cuore.
Non sapevo cosa la spingesse a credere che io fossi una persona di buon cuore con così tanta facilità, forse era per via del suo cagnolino a cui ispiravo un po’ di fiducia. Di certo Gimi il cagnolino mi sembrava facesse discorsi più sensati di quelli della sua padrona.

Ingenua Lauren. Ogni tanto, mentre camminavamo, mi guardava e sorrideva. E non diceva niente. E pensava che io non me ne accorgessi. Io ero impegnato a non cadere, è vero, ma col passare dei minuti avevo acquisito più sicurezza, i miei passi erano divenuti più decisi, più saldi e coordinati. Avevo quasi, per così dire, inserito una sorta di pilota automatico, per questo potevo occuparmi di vedere Lauren sorridermi ed evitare che lei si accorgesse di questo. Era ingenua Lauren, ed era bella con quegli occhi castani e i capelli biondi che fuoriuscivano lisci dal suo berretto di lana. Non mi chiamava per nome e mi parlava della sua zia defunta che le aveva trasmesso la passione per i souvenir. Che passione bislacca, mi dicevo io. Cosa c’è di bello nel collezionare cianfrusaglie?
Non glielo domandai, ma lei mi rispose lo stesso, ed era indispettita come se gliel’avessi domandato davvero.
I souvenir, disse, rappresentano l’evoluzione delle tradizioni di un paese. Mia zia, disse poi, aveva viaggiato tanto in vita sua per via del suo lavoro di ricercatrice, e ogni volta tornava con un souvenir. Era stata in Polonia, in Inghilterra, in Australia, in Austria, in Venezuela, in Moldavia, in Israele, in Cecenia, in Birmania, in Nuova Zelanda e mille altri paesi. Ognuno di questi paesi l’aveva attraversato completamente ed era stata nelle città e nei paesi anche più piccoli e lontani dalla civiltà. Dalla Siberia alla Mongolia, al deserto australiano, al Nevada, a Città del capo e via dicendo. E ogni volta portava un souvenir diverso da ognuno di questi posti, ed era interessante e suggestivo notare come i souvenir di una stessa nazione erano diversi a seconda della zona in cui era stata. La sua attività di ricercatrice l’aveva portata in qualsiasi posto esistente e percorribile, disse, e a ogni posto lei attribuiva un’identità attraverso il souvenir che aveva comprato. Un solo souvenir per paese, o città, o villaggio in cui era stata. Uno solo. Ed era sufficiente dargli un’occhiata abbastanza veloce per lei per dire da dove proveniva. Il suo divenne un vero e proprio studio antropologico e si mise in testa di scrivere un lungo saggio, disse poi Lauren. Un grandissimo volume, una vera e propria enciclopedia dei souvenir che avrebbe classificato ogni oggetto come facente parte di una comunità, un paese, un’etnia, una tradizione, una cultura, un popolo. Zia Sophie impiegò cinque anni per stendere la metà del suo saggio, che a causa della sua morte però rimase incompiuto. Così, disse ancora Lauren, io ereditai la sua collezione di souvenir di ogni parte del mondo e siccome non sapevo esattamente cosa farne mi venne l’idea di aprire un negozio di souvenir da tutto il mondo e chiamarlo con il nome di mia zia, in suo onore. Io non sono molto dotata, disse poi, non come mia zia che era veramente una persona di intelligenza e vitalità unica, per questo il modo migliore che ho trovato per onorare la sua vita è stato quello di mettere in vendita la sua collezione. Ho calcolato che ci vorranno ancora tre, massimo quattro anni prima di riuscire a vendere tutto, dopo di che e col ricavato finanzierò la sua enciclopedia incompiuta, cercherò un professore paziente e volenteroso e disposto a concludere quello che mia zia aveva iniziato e gli darò tutti i soldi necessari per il suo studio, lo finanzierò io con i soldi del mio negozietto.

Ingenua e romantica Lauren, perché ti ho conosciuta, e perché mi hai raccontato tutte queste cose?
E me lo chiesi anche in quel momento, nell’esatto momento in cui ci trovammo alla fine del viale. Dopo l’ultima curva a sinistra, che mi costò grande fatica, di fronte a noi si stendeva un lago, un grande lago d’olio argentato. Lauren allora, senza dire niente, senza pronunciare nemmeno una parola si spogliò. Completamente nuda, a parte il costume a due pezzi, nero e rosso. Quanto era bella con il costume, mi dissi. I capelli biondi che le cadevano sulle spalle nude, e i suoi seni poi. Le curve che le disegnavano il corpo erano perfette e convenni con me stesso che percorrerle senza perdere l’equilibrio sarebbe stata un’impresa di una difficoltà immane, per me. Con un gesto consapevole si chiuse i capelli in una coda di cavallo e si tuffò in acqua, lasciando i suoi vestiti lì, nel pavimento lastricato e umido. Poi mi chiamò, senza dire il mio nome, e mi disse di tuffarmi anch’io con lei. Non ho il costume, le risposi. Allora lei si voltò e puntò dritto verso una barchetta a vela che sembrava navigare sul filo dell’orizzonte. La sua nuotata era veloce e sicura, sembrava di vedere un delfino più che una ragazza in bikini, uno dei delfini più aggraziati che mi capitò di vedere in vita mia. La barchetta fu raggiunta da Lauren/delfino in nemmeno venti minuti. Il tizio sopra la barchetta era in piedi sul ponte e sembrava che non avesse fatto altro che aspettare Lauren per quei venti minuti. Le porse la mano e l‘aiutò a salire, una volta sul ponte, le porse un asciugamano. Poi la baciò. La dolce Lauren si voltò dalla mia parte e mi salutò, mi salutò anche quel tizio, che era biondo come lei, o almeno così sembrava. Girai i tacchi e me ne andai, lasciandomi alle spalle il tizio biondo, la sua barchetta, il lago argentato e Lauren, vestiti compresi. E percorrendo il viale al ritorno non mi preoccupai più della mia assenza di equilibrio, ignorai la coordinazione e camminai senza pensare a niente. Mi osservai dall’esterno, o almeno cercai di farlo, e vidi un me stesso più leggero e meno smarrito, più sciolto, non più così timoroso di cadere. Infatti caddi, almeno due volte. Ma rialzarmi e sapere che in fondo non mi ero fatto niente era una soddisfazione che solo in quel momento riuscivo a comprendere appieno.

Alla fine del viale incontrai Gimi, si piantò davanti ai miei piedi, mi guardò dal basso verso l’alto con la linguetta di fuori, poi mi disse che i miei due cari amici, quelli con cui stavo parlando due, o forse tre giorni prima, non volevano più saperne di me. Risposi a Gimi che in fondo me lo immaginavo. Lui allora si voltò e iniziò a camminare con le sue piccole zampette. Io lo seguii e dal giorno diventammo veri amici.
Ultima modifica di Robyus il 10/12/2009, 12:54, modificato 1 volta in totale.

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Toni Monroe » 10/12/2009, 19:08

Bella Rob!  :applauso:  :applauso:  :applauso: Io sono entrato in un tunnel da cui non so quando uscirò, sembra che mi abbia preso la sindrome da Doc G  :lol2: Pensavo di aver quasi finito quell'episodio e invece ne è nato uno in parallelo che mi sta portando via tempo e non ho più finito quello dell'anticipazione. Ma se adesso vai avanti anche tu a scrivere nel topic non può che farmi piacere.  :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da doc G » 11/12/2009, 7:31

Toni Monroe ha scritto: Bella Rob!  :applauso:  :applauso:  :applauso: Io sono entrato in un tunnel da cui non so quando uscirò, sembra che mi abbia preso la sindrome da Doc G  :lol2: Pensavo di aver quasi finito quell'episodio e invece ne è nato uno in parallelo che mi sta portando via tempo e non ho più finito quello dell'anticipazione. Ma se adesso vai avanti anche tu a scrivere nel topic non può che farmi piacere.  :forza:

:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
IN effetti mi sto lasciando prendere dalla sindrome pure io....
:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
75 pagine di racconto e sono bloccato, saprei pure dove andare a parare, ma ho un paio di colloqui decisivi che non riesco a buttare giù in modo decente....
Finirà che sotto Natale li scriverò come viene.
Intanto già si prospetta come il più lungo che abbia mai scritto. E pensare che era nato come un divertimento senza pretese.
Intanto complimenti a Robyus! Continua, mi raccomando!

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Robyus » 11/12/2009, 11:54

Toni Monroe ha scritto: Bella Rob!  :applauso:  :applauso:  :applauso: Io sono entrato in un tunnel da cui non so quando uscirò, sembra che mi abbia preso la sindrome da Doc G  :lol2: Pensavo di aver quasi finito quell'episodio e invece ne è nato uno in parallelo che mi sta portando via tempo e non ho più finito quello dell'anticipazione. Ma se adesso vai avanti anche tu a scrivere nel topic non può che farmi piacere.  :forza:

doc G ha scritto: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
IN effetti mi sto lasciando prendere dalla sindrome pure io....
:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
75 pagine di racconto e sono bloccato, saprei pure dove andare a parare, ma ho un paio di colloqui decisivi che non riesco a buttare giù in modo decente....
Finirà che sotto Natale li scriverò come viene.
Intanto già si prospetta come il più lungo che abbia mai scritto. E pensare che era nato come un divertimento senza pretese.
Intanto complimenti a Robyus! Continua, mi raccomando!

grazie, sono commosso :piango:

aspetto i vostri racconti, intanto continuerò a postarne qualcun altro anch'io :metal:

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Re: Naufraghi 2.0

Messaggio da Toni Monroe » 13/12/2009, 10:38

I tre moschettieri

Dopo gli ultimi eventi il playground del campo davanti alla vecchia scuola aveva perso molto del suo appeal e non era dato sapere quando i ragazzi degli altri quartieri sarebbero tornati a sfidare la squadra locale in cerca di gloria, ma c'è stato un periodo in cui questo era uno dei luoghi da cui era necessario passare per potersi guadagnare una buona city rep, e la squadra che poteva decidere quale fosse il livello di appartenenza degli sfidanti era quella dei tre moschettieri, così chiamata per il vezzo dei tre giocatori di portare un pizzetto che nel quartiere non andava certo di moda: la squadra era composta da tre immigrati europei: dall'Inghilterra arrivavano Joe Collymoore, che era il più forte e carismatico del gruppo e Jason LeTissier, i due inglesi avevano imparato tardi a giocare a basket -rispetto ai coetanei americani- Joe aveva praticato calcio e rugby, mentre Jason era un gran giocatore di cricket che però non era proprio riuscito ad appassionarsi al Baseball; il terzo moschettiere era Daniele Bianchi, altrimenti noto come Daniel White, giovane musicista italiano che però era riuscito meglio come giocatore di strada che come musicista; Il tuo concerto migliore l'hai tenuto oggi in post basso, gli disse una volta LeTissier. I tre erano diventati amici, come spesso accade agli immigrati, facendo gruppo contro i ragazzi del posto che si divertivano a vessare gli ultimi arrivati. Finché non venne fuori che ci si poteva guadagnare il rispetto degli altri anche giocando a basket. Le loro prime partite -a dire il vero- somigliavano più a delle risse organizzate che al vero e proprio basket, sembrava quasi che la palla fosse solo un pretesto per potersi tirare delle gran mazzate; ma col tempo – e giocando contro gente più grande e più forte-  i ragazzi si appassionarono e  divennero bravi, molto bravi. Nel passaggio tra l'età adolescenziale e quella adulta i tre moschettieri erano ormai una delle più forti squadre della città e potevano permettersi di rimanere nel proprio campo, invece di andare a giocare in trasferta. Sarebbero stati i migliori giocatori degli altri quartieri a doversi spostare, se volevano sfidarli; ma il destino -che in seguito si sarebbe accanito contro una successiva generazione di giocatori- era in agguato e mise la sua zampaccia in un evento che prometteva di essere memorabile: a sfidare i tre moschettieri arrivava KC Smith, uno dei giovani più talentuosi della città, un predestinato; al punto che già si vociferava di aiuti economici occulti forniti al ragazzo da aziende di abbigliamento sportivo e ripetute visite di intermediari delle università più prestigiose. Per l'occasione era affiancato da altri giocatori molto quotati nel circuito dello street basket, quindi le aspettative erano altissime: sarebbe stata la partita del secolo, a livello di playground. E fu qui che il destino si mise di traverso sulla strada dei moschettieri: T-Flag -che all'anagrafe risultava essere Thomas Flannigan- era il capo di una delle gang più temute della città e aveva preso sotto la sua ala protettrice il giovane predestinato, poiché in lui vedeva -né più né meno- una gallina dalle uova d'oro. Sebbene non fosse stato T-Flag a volere quella partita -la decisione di sfidare i moschettieri era stata del ragazzo, che seguiva semplicemente le sue ambizioni- la cosa non gli dispiacque perché uscire vincitore da una partita contro i tre moschettieri -per di più sul loro campo- avrebbe rappresentato per il ragazzo la consacrazione definitiva. Le difficoltà che avrebbe incontrato erano ovvie: i tre moschettieri erano -molto- forti, mentre la squadra sfidante era stata messa assieme per l'occasione e anche se singolarmente erano tutti molto bravi potevano mancare del necessario affiatamento per potersi esprimere al massimo del potenziale. Il modo scelto da KC e i suoi compagni per superare le difficoltà fu di giocare il più possibile assieme per conoscersi un po'; T-Flag -invece- si adoperò diversamente: la sua scelta fu di avvicinare i moschettieri e -semplicemente- intimargli di perdere. Non c'era stato nessun tentativo di indorare la pillola, nessuna proposta allettante; se volevano far soldi che continuassero a spennar polli al campo, come facevano di solito; in quell'occasione -però- dovevano perdere. Pura prevaricazione, quindi, e la cosa che più faceva male a Big Joe e ai compagni era che gli avversari eran comunque forti, sicché -a volerla dire tutta- non era affatto sicuro che -in condizioni normali- sarebbero riusciti a batterli; ma la sconfitta che in cuor loro non potevano escludere, ora diventava sicura. T-Flag non stette nemmeno ad aspettare la risposta dei tre e li consigliò persino sul modo di condurre la recita: che si impegnassero e che rendessero pure la partita spettacolare; assistere ad una bella partita era sempre stato uno dei suoi passatempi preferiti, ma che facessero attenzione a rimanere sempre a contatto col punteggio. Per poi iniziare a sbagliare i tiri necessari ad andar sotto. Se poi volevano evitare il tracollo, lui non ci avrebbe trovato nulla da eccepire. Una sconfitta di misura contro una squadra in cui gioca un futuro hall of famer, non era certo da disprezzare, non ci avrebbero fatto un'eccessiva brutta figura. Quando allungò il pugno per il saluto rituale il primo a ricambiarlo fu Big Joe, imitato malvolentieri da Jason e Daniel.
Quando T-Flag se ne andò i due guardarono Joe in silenzio, ma si capiva che aspettavano una spiegazione: non era da lui essere così accondiscendente. Joe si giocò una delle sue carte migliori e rivolse ai suoi amici un sorriso radioso, che però parve innervosirli più che rassicurarli. I tre erano un po' spiazzati, la loro passione per il gioco di strada li aveva tenuti al riparo da guai peggiori, grazie alle partite -e alle scommesse contro i polli di cui parlava T-Flag - avevano potuto guadagnarsi da vivere senza doversi immischiare in faccende più pericolose; ma ora a causa di quel gioco che tanto li aveva protetti in passato rischiavano di farsi ammazzare; perché non si facevano illusioni sul fatto che sarebbero stati uccisi se non avessero rispettato i patti; T-Flag lo avrebbe forse fatto con le sue stesse mani. Come a riassumere i pensieri di tutti fu Joe a rompere il silenzio dicendo E tuttavia.. per poi tacere di nuovo. Tutti sapevano cosa sarebbe seguito se soltanto si fosse voluto dirlo espressamente: non avevano  atteso tanto a lungo una partita importante come quella, che -pure per loro- avrebbe potuto definirsi della consacrazione, per scendere in campo già battuti. Jason raccolse un sasso da terra e si mise a scimmiottare i lanciatori di Baseball, enfatizzando il movimento di caricamento del braccio per prepararsi al lancio, quindi lasciò cadere semplicemente il sasso, con espressione vagamente schifata. Daniel fischiettava, come faceva sempre quando era nervoso e Joe trasse un respiro profondo, per poi dire: In fondo si tratta solo di trovare il modo per vincere e rimanere vivi..
Ultima modifica di Toni Monroe il 13/12/2009, 13:18, modificato 1 volta in totale.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.

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