Messaggio
da Robyus » 10/12/2009, 11:33
ed ecco la seconda (e ultima) parte, a chi interessa :D.
Mentre cercavo di mantenere il mio equilibrio nell’impervio terreno sotto ai miei piedi mi chiedevo con ostinazione che cosa ci facessi esattamente in quel viale tortuoso con quella ragazza bionda che parlò con me e prese il mio biglietto da visita con fare neutrale e, oserei dire, indifferente. Così come per il tono della sua voce senza inflessioni e la sua bocca che non sorrideva mai, e i suoi occhi che sembravano non brillare di nessuna luce.
In fondo quella ragazza io l’avevo dimenticata neanche un’ora dopo il nostro primo incontro e il pensiero della sua impalpabilità si ripresentò solo dal momento in cui lei mi chiamò, dicendomi che se avevo piacere ci saremmo potuti incontrare al parco naturale la mattina dopo.
Anche l’avvio della nostra camminata lungo quel serpente scivoloso che era il sentiero parve così naturale e tacito e, così all’apparenza, del tutto privo di qualsiasi emozione.
Eravamo a metà strada - a detta sua, perché io non avevo mai fatto quel percorso - ma a metà strada per dove? Dov’è che conduceva il sentiero in fondo al parco naturale?
Quando glielo chiesi lei mi sorrise per un attimo, impercettibilmente, e mi guardò di traverso da sotto il suo berretto di lana color porpora. Poi mi disse che il sentiero aveva una fine, ma poteva essere che la fine di quel sentiero sarebbe stata irraggiungibile, disse poi. Dipendeva da me, e da lei. La fine del sentiero non l’avremmo di certo vista a occhio nudo per via di tutti quegli alberi che coprivano come un gigantesco sudario verde tutto il parco naturale. Non avremmo visto la fine sino a quando non ci saremmo arrivati sul serio.
Dopo un’altra mezza dozzina di curve Lauren mi rivelò che alla fine del sentiero non c’era mai arrivata neanche lei e che era la prima volta che si spingeva così in fondo.
Io intanto controllavo la mia camminata e cercavo di renderla perfetta e armoniosa, fatto sta che non mi spiegavo che diavolo ci facesse una giovane ragazza con uno sconosciuto in un posto dove non era mai stata.
Alla mia domanda lei rispose semplicemente che trovava triste visitare un posto per la prima volta da soli: lo scampolo di gioia derivante dalla scoperta avrebbe potuto condividerlo con qualcuno sinceramente disposto ad assecondarla e questo qualcuno poteva essere solo uno sconosciuto di buon cuore.
Non sapevo cosa la spingesse a credere che io fossi una persona di buon cuore con così tanta facilità, forse era per via del suo cagnolino a cui ispiravo un po’ di fiducia. Di certo Gimi il cagnolino mi sembrava facesse discorsi più sensati di quelli della sua padrona.
Ingenua Lauren. Ogni tanto, mentre camminavamo, mi guardava e sorrideva. E non diceva niente. E pensava che io non me ne accorgessi. Io ero impegnato a non cadere, è vero, ma col passare dei minuti avevo acquisito più sicurezza, i miei passi erano divenuti più decisi, più saldi e coordinati. Avevo quasi, per così dire, inserito una sorta di pilota automatico, per questo potevo occuparmi di vedere Lauren sorridermi ed evitare che lei si accorgesse di questo. Era ingenua Lauren, ed era bella con quegli occhi castani e i capelli biondi che fuoriuscivano lisci dal suo berretto di lana. Non mi chiamava per nome e mi parlava della sua zia defunta che le aveva trasmesso la passione per i souvenir. Che passione bislacca, mi dicevo io. Cosa c’è di bello nel collezionare cianfrusaglie?
Non glielo domandai, ma lei mi rispose lo stesso, ed era indispettita come se gliel’avessi domandato davvero.
I souvenir, disse, rappresentano l’evoluzione delle tradizioni di un paese. Mia zia, disse poi, aveva viaggiato tanto in vita sua per via del suo lavoro di ricercatrice, e ogni volta tornava con un souvenir. Era stata in Polonia, in Inghilterra, in Australia, in Austria, in Venezuela, in Moldavia, in Israele, in Cecenia, in Birmania, in Nuova Zelanda e mille altri paesi. Ognuno di questi paesi l’aveva attraversato completamente ed era stata nelle città e nei paesi anche più piccoli e lontani dalla civiltà. Dalla Siberia alla Mongolia, al deserto australiano, al Nevada, a Città del capo e via dicendo. E ogni volta portava un souvenir diverso da ognuno di questi posti, ed era interessante e suggestivo notare come i souvenir di una stessa nazione erano diversi a seconda della zona in cui era stata. La sua attività di ricercatrice l’aveva portata in qualsiasi posto esistente e percorribile, disse, e a ogni posto lei attribuiva un’identità attraverso il souvenir che aveva comprato. Un solo souvenir per paese, o città, o villaggio in cui era stata. Uno solo. Ed era sufficiente dargli un’occhiata abbastanza veloce per lei per dire da dove proveniva. Il suo divenne un vero e proprio studio antropologico e si mise in testa di scrivere un lungo saggio, disse poi Lauren. Un grandissimo volume, una vera e propria enciclopedia dei souvenir che avrebbe classificato ogni oggetto come facente parte di una comunità, un paese, un’etnia, una tradizione, una cultura, un popolo. Zia Sophie impiegò cinque anni per stendere la metà del suo saggio, che a causa della sua morte però rimase incompiuto. Così, disse ancora Lauren, io ereditai la sua collezione di souvenir di ogni parte del mondo e siccome non sapevo esattamente cosa farne mi venne l’idea di aprire un negozio di souvenir da tutto il mondo e chiamarlo con il nome di mia zia, in suo onore. Io non sono molto dotata, disse poi, non come mia zia che era veramente una persona di intelligenza e vitalità unica, per questo il modo migliore che ho trovato per onorare la sua vita è stato quello di mettere in vendita la sua collezione. Ho calcolato che ci vorranno ancora tre, massimo quattro anni prima di riuscire a vendere tutto, dopo di che e col ricavato finanzierò la sua enciclopedia incompiuta, cercherò un professore paziente e volenteroso e disposto a concludere quello che mia zia aveva iniziato e gli darò tutti i soldi necessari per il suo studio, lo finanzierò io con i soldi del mio negozietto.
Ingenua e romantica Lauren, perché ti ho conosciuta, e perché mi hai raccontato tutte queste cose?
E me lo chiesi anche in quel momento, nell’esatto momento in cui ci trovammo alla fine del viale. Dopo l’ultima curva a sinistra, che mi costò grande fatica, di fronte a noi si stendeva un lago, un grande lago d’olio argentato. Lauren allora, senza dire niente, senza pronunciare nemmeno una parola si spogliò. Completamente nuda, a parte il costume a due pezzi, nero e rosso. Quanto era bella con il costume, mi dissi. I capelli biondi che le cadevano sulle spalle nude, e i suoi seni poi. Le curve che le disegnavano il corpo erano perfette e convenni con me stesso che percorrerle senza perdere l’equilibrio sarebbe stata un’impresa di una difficoltà immane, per me. Con un gesto consapevole si chiuse i capelli in una coda di cavallo e si tuffò in acqua, lasciando i suoi vestiti lì, nel pavimento lastricato e umido. Poi mi chiamò, senza dire il mio nome, e mi disse di tuffarmi anch’io con lei. Non ho il costume, le risposi. Allora lei si voltò e puntò dritto verso una barchetta a vela che sembrava navigare sul filo dell’orizzonte. La sua nuotata era veloce e sicura, sembrava di vedere un delfino più che una ragazza in bikini, uno dei delfini più aggraziati che mi capitò di vedere in vita mia. La barchetta fu raggiunta da Lauren/delfino in nemmeno venti minuti. Il tizio sopra la barchetta era in piedi sul ponte e sembrava che non avesse fatto altro che aspettare Lauren per quei venti minuti. Le porse la mano e l‘aiutò a salire, una volta sul ponte, le porse un asciugamano. Poi la baciò. La dolce Lauren si voltò dalla mia parte e mi salutò, mi salutò anche quel tizio, che era biondo come lei, o almeno così sembrava. Girai i tacchi e me ne andai, lasciandomi alle spalle il tizio biondo, la sua barchetta, il lago argentato e Lauren, vestiti compresi. E percorrendo il viale al ritorno non mi preoccupai più della mia assenza di equilibrio, ignorai la coordinazione e camminai senza pensare a niente. Mi osservai dall’esterno, o almeno cercai di farlo, e vidi un me stesso più leggero e meno smarrito, più sciolto, non più così timoroso di cadere. Infatti caddi, almeno due volte. Ma rialzarmi e sapere che in fondo non mi ero fatto niente era una soddisfazione che solo in quel momento riuscivo a comprendere appieno.
Alla fine del viale incontrai Gimi, si piantò davanti ai miei piedi, mi guardò dal basso verso l’alto con la linguetta di fuori, poi mi disse che i miei due cari amici, quelli con cui stavo parlando due, o forse tre giorni prima, non volevano più saperne di me. Risposi a Gimi che in fondo me lo immaginavo. Lui allora si voltò e iniziò a camminare con le sue piccole zampette. Io lo seguii e dal giorno diventammo veri amici.
Ultima modifica di
Robyus il 10/12/2009, 12:54, modificato 1 volta in totale.
Like
0
Share