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thebigdipper
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Messaggio da thebigdipper » 14/04/2006, 22:00

beh i miserabili è lungo, dannatamente lungo, ma non è ostico (atguto eufemismo per non utilizzare il concetto di palloso) come l'ulisse di joyce.
Consiglio piuttosto proust, ottimo stile, ma a resistenza uno dei più ostici.
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di proust incominciai un "amore di swann":

5 pagine e fu bandiera bianca :gazza:
" Tv ti 6 fatto scivolare la vita sopra di te, senza accettarla nè rifiutarla "

'' Scansatevi vacche che la vita è breve ''                     

devo un video a bastini         
                                                      
Abbasso jordan ( ma con giudizio )...

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ze_ginius
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Messaggio da ze_ginius » 15/04/2006, 10:59

Personalmente il libro più pesante che ho letto è stato senza dubbio "Senilità" di Italo Svevo e l' ho pure finito perchè la persona che me lo aveva regalato continuava a chiedermi "Allora, com' è?"
"Eh, insomma..."

Adesso sto leggendo "Tre cavalli" di Erri de Luca, ha alcuni passaggi meravigliosi e si fa leggere bene nel complesso
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Messaggio da Teo » 21/04/2006, 1:02

Siccome sono a metà di "Congratulazioni, hai appena incontrato l'I.C.F.", volevo sapere se qualcuno e' riuscito a sapere i nomi dei 4 uomini che sono sulla copertina.

Ne conosco 3: primo piano il mitico Bill Gardner, dietro il nero e' l'autore Cass Pennant, a sinistra di Gardner c'e' Bunter, mi manca quella a destra di Gardner..
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Messaggio da Gian Marco » 28/04/2006, 18:18

In generale è così, però ci sono quelle lunghe tirate in cui Hugo si bea del suo sapere, cosa per la verità più evidente in Notre-Dame de Paris... sapere che appare assolutamente enciclopedico.
Poi ci sarebbe il mago degli elenchi, Rabelais :evvai:
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I Miserabili lo ha letto mio papà e gli è piaciuto molto...
io sinceramente non ho molta voglia di buttarmici... :penso:
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Messaggio da Whatarush » 28/04/2006, 23:01

I Miserabili lo ha letto mio papà e gli è piaciuto molto...
io sinceramente non ho molta voglia di buttarmici... :penso:
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Non lasciarti spaventare dalle dimensioni; in effetti come diceva Alvise è piuttosto scorrevole.

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Messaggio da Spree » 08/05/2006, 19:09

Suggerimento

Loic Wacquant, Anima e Corpo - la fabbrica dei pugili nel ghetto nero di Chicago

Anima e corpo ha una struttura a prima vista semplice: già nella prefazione all’edizione italiana e nel prologo l’autore ci informa sulla struttura, sulle tematiche fondamentali, sugli obiettivi della monografia. Nel procedere con la lettura, però, ci si rende conto subito che per capire, fare proprio, vivere questo libro è necessario uno sforzo intellettuale e coscienziale notevole: proprio perché per farlo è necessario in un certo qual modo entrare nei meccanismi della boxe, che è, come mette in chiaro subito l’autore, un’attività profondamente complessa e contraddittoria; un’attività inscindibilmente fisica e morale, qualcosa che si apprende e si pratica con il corpo ma richiede uno sforzo intellettuale (seppur implicito e poco codificato) elevatissimo; un’attività violentemente individuale, il cui apprendistato è al contrario necessariamente collettivo1.
E’ l’autore stesso che, nelle pagine di apertura del testo2, ci informa sulla sua genesi, sulla sua struttura, sui suoi scopi e sulle modalità usate per raggiungerli, sulle difficoltà incontrate lungo la strada. La monografia si dipana lungo tre testi distinti ma profondamente correlati, in cui la proporzione fra analisi e racconto, fra concettuale e descrittivo/narrativo si rovesciano progressivamente3 man mano che si procede dal primo (il ring e la strada: un’analisi sociologica, ricavata dalla rielaborazione di un diario etnografico tenuto nel corso del primo anno di frequenza del Woodlawn Boys Club di Chicago, del rapporto fra il gym e la realtà del ghetto: i rapporti interni al gym e quelli del gym con la strada, le regole e i processi che guidano l’apprendimento e la pratica dell’attività pugilistica all’interno del gym e la loro logica sociale) al secondo (Una serata allo studio: la descrizione minuziosa di una giornata di riunione pugilistica in un ghetto nero americano) al terzo (“Busy” Louie ai Golden Glove: il “racconto sociologico” dell’iniziazione dell’autore alla pratica pugilistica agonistica). Lo scopo dichiarato è fare un’analisi della vita del pugile, colta nelle sue dinamiche sociali, nei suoi rapporti con la realtà del ghetto, nei sui orizzonti individuale e collettivo, pratico e mentale, iniziatico e sessuale; emerge però a mio avviso prepotentemente un’altro scopo, meno esplicito ma non per questo meno presente: nell’analizzare la realtà del ring e il suo rapporto con la strada l’autore non rinuncia a dare voce a una netta denuncia della realtà stessa del ghetto e dell’alienazione che produce, a una profonda riflessione sull’emarginazione degli abitanti afroamericani nei ghetti statunitensi4 (tesi che può tra l’altro può facilmente richiamare gli studi di Wacquant sullo “stato penale” e il suo rapporto con il ghetto, sempre legati alle dinamiche dell’emarginazione5: ecco che si dipana un rapporto triangolare ghetto, palestra – o istituzioni simili per la “redenzione” degli abitanti – , prigione, intesa come un’istituzione prevalentemente orientata a realizzare la segregazione della popolazione nera e latinoamericana ). Lo scopo dell’autore è quindi sostanzialmente duplice: la volontà di restituire gli aspetti più veri (di fronte alla perdurante visione distorta e stereotipata che ne da il mondo cinematografico e dei mass-media) della vita del pugile, l’approfondimento dei riti e delle credenze che regolano la vita del gym , l’analisi delle logiche fisiche, mentali, sociali della boxe, che sono indubbiamente l’elemento preponderante e più finemente analizzato della monografia, sono però da inserire in un contesto più ampio, costituito dal ghetto, dalla strada, con cui sono inscindibilmente legate e nella correlazione con il quale è possibile trovare le ragioni profonde della loro esistenza e perpetuazione. (argomenti ripresi altrove da Wacquant7: l’autocoscienza , anche linguistica, di essere parte di un sistema che ti sfrutta e la rassegnazione a far parte di questo sistema, pur nella sua denuncia, sono componenti fondamentali della mentalità dei pugili, nella logica del sacrificio che contraddistingue la pratica pugilistica; così come a costruire l’identità di un pugile concorre fortemente la contrapposizione a un mondo diverso dal ghetto, la continua tensione verso un riscatto economico e sociale). Da indagare è quindi il profondo rapporto che nell’opera si instaura fra visione politica dell’autore e studio antropologico, rapporto che comunque non inficia affatto la lucidità dell’analisi e la profondità intellettuale dello studio, e che addirittura contribuisce a rafforzare le capacità (di per sé alte) di presa emotiva del testo.
Un’analisi approfondita meritano anche il paradigma interpretativo e le tecniche narrative con cui l’autore affronta questa “sociologia della boxe”. Mescolando influenze diverse (dal marxismo all’ermeneutica di Gadamer e Wittigenstein) Wacquant è profondamente convinto che “l’agente sociale [...] partecipa all’agente che lo fa e a sua volta contribuisce a fare”, per cui non è possibile una qualsivoglia analisi di una realtà sociale senza una profonda commistione di teoria e pratica, fino “all’immersione iniziatica e persino alla conversione morale e sensuale al cosmo considerato”6. Ecco che quindi è necessario per il sociologo entrare in stretto contatto con la realtà che desidera studiare fino a farne parte ed ecco l’emergere delle enormi difficoltà che incontra quando cerca di rendere conto intellettualmente della sua ricerca (in particolar modo nei confronti di una pratica così corporea, così pre-coscienziale e pre-linguistica): c’è da dire che, a mio parere, sono difficoltà che l’autore ha pienamente superato; la narrazione in prima persona, l’inizio in medias res (“lunedì 30 luglio 1990. Risveglio agitato alle otto e trenta [...]”8), l’uso insistito dei discorsi diretti9, il flusso di coscienza lasciato quasi privo di briglie (“Jab, jab, jab, destro [...] Tutto trema, il ring ondeggia, le luci del soffitto mi accecano”10), il mescolarsi dei generi e dei modi di scrivere – narrazione, descrizione, analisi sociologica, riflessione personale – , il costante riferimento alle emozioni e alla personalità dei protagonisti11, l’uso frequente delle annotazioni personali e delle fotografie (interessantissima anche la scelta del bianco e nero: contribuisce a creare quel clima di distanza del gym dalla strada, quel ruolo di rifugio che caratterizza la palestra), l’uso (e qui il merito va anche al traduttore) delle espressioni in lingua originale di quando in quando, per termini fondamentali come gym o per mostrare il gergo pugilistico; tutte queste cose favoriscono l’inserimento del lettore nella dinamiche, nei rapporti, nelle logiche, nel mondo del pugilato, consentono di respirare l’aria del ring, di sentire la fatica e la noia di un allenamento, di “vivere” le situazioni presentate: che è poi, come correttamente dice l’autore, l’unico modo per comprenderle davvero.
Anche il montaggio è sapiente, con la successione dei tre testi, che hanno caratteristiche molto diverse, organizzata in modo da fornire un crescendo di emozioni e partecipazione. Il ring e la strada, nettamente il più analitico dei tre, è anche il meno maturo e probabilmente il meno rielaborato: caratteristiche che lo rendono in effetti il più difficile da leggere e capire ma anche, decisamente, il più soddisfacente una volta che lo si è appreso appieno: è infatti qui che l’autore ci presenta i personaggi principali del testo (l’allenatore DeeDee e i pugili del Woodlawn Boys Club), ognuno con la sua storia e i suoi problemi, qui che ci descrive le caratteristiche dei luoghi in cui vive la realtà sociale da analizzare (la strada del ghetto, il gym, i luoghi di lavoro dei pugili), ed è infine qui che l’autore ci fornisce gli strumenti concettuali fondamentali per comprendere il suo studio, che ci offre l’interpretazione della realtà sociale del pugilato. Senza il primo testo, che ha una vita autonoma, gli altri due non avrebbero alcuna ragion d’essere: però sia Una serata allo studio che “Busy” Louie ai Golden Glove hanno un ruolo fondamentale nell’economia dell’opera, perchè calano nella vita reale le analisi precedenti e portano così a compimento (proprio come la gara è il compimento dell’allenamento pugilistico) il percorso iniziato, che rimarrebbe altrimenti incompleto.
Come si evince dall’analisi del testo, alle domande “Riesce l’autore a raggiungere il suo scopo? Argomenta l’autore le sue tesi?”, si può facilmente dare risposta affermativa, in quanto al lettore che affronta questa monografia la boxe appare sotto una luce totalmente nuova, arricchita dall’analisi delle sue molteplici sfaccettature e alla luce delle sue interconnessioni con i più vari aspetti della vita. E’ inoltre possibile cogliere, nell’analisi del gym come microcosmo sociale e della boxe come pratica sociale, degli spunti che rimangono validi anche per molti altri ambienti, rendendo il testo rappresentativo di molte altre realtà.
La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

acnumber7

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Messaggio da acnumber7 » 09/05/2006, 9:50

Ultimamente ho letto "Fuga dal Natale" un romanzo di Grisham, con un contenuto che col legal-thriller non ha niente a che vedere. Divertente e scorrevole.

Devono portarmi 2 libri (in inglese) sulla figura del cecchino...Se c'è qualcuno a cui interessa sapere com'è la vita, il ruolo (un po' vigliacco) di questo specialista della guerra che a me ha sempre affascinato, ve lo dirò a letture ultimate.
Ultima modifica di acnumber7 il 09/05/2006, 9:51, modificato 1 volta in totale.

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Messaggio da ze_ginius » 09/05/2006, 11:01

Ormai Grisham si è preso una pausa con i libri a sfondo legale, a me non sono granchè piaciuti i suoi ultimi romanzi (l' allenatore, il broker e i confratelli) i suoi primi lavori erano nettamente migliori secondo me...
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Messaggio da BruceSmith » 09/05/2006, 11:14

i suoi primi lavori erano nettamente migliori secondo me...
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d'accordo con te
è in piena parabola discendente.
lele_warriors ha scritto: mi auguro vi tirino sotto a voi senza motivo

IL Poz ha scritto: Ah se c'è Brusmit non vengo.

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Messaggio da Alvise » 09/05/2006, 12:15

posso esprimermi solo sui confratelli. banale e noioso, anni luce dall'uomo della pioggia che rimane il mio preferito.

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Messaggio da BruceSmith » 09/05/2006, 12:27

anni luce dall'uomo della pioggia che rimane il mio preferito.
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bello. però preferisco il momento di uccidere.
lele_warriors ha scritto: mi auguro vi tirino sotto a voi senza motivo

IL Poz ha scritto: Ah se c'è Brusmit non vengo.

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Messaggio da Alvise » 09/05/2006, 12:40

bello. però preferisco il momento di uccidere.
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io sono razzista..... ;)

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Messaggio da BruceSmith » 09/05/2006, 12:52

io sono razzista..... ;)
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l'ho sempre sospettato.
lele_warriors ha scritto: mi auguro vi tirino sotto a voi senza motivo

IL Poz ha scritto: Ah se c'è Brusmit non vengo.

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Messaggio da ze_ginius » 09/05/2006, 13:56

"Il momento di uccidere" lo metto sul podio con "la Giuria" e "il Socio": "il Rapporto Pelican" e "l' uomo della Pioggia" avendo visto prima i film non li ho letti...
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Messaggio da Alvise » 09/05/2006, 15:10

"Il momento di uccidere" lo metto sul podio con "la Giuria" e "il Socio": "il Rapporto Pelican" e "l' uomo della Pioggia" avendo visto prima i film non li ho letti...
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beh l'uomo della pioggia con il film c'entra veramente poco. le parti migliori a mio parere sono state tagliate grossolanamente.

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