Profondo Baseball

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Messaggioda Rocky » 19/10/2011, 21:01

Visto che non lo apre nessuno, mi permetto di farlo io.

Inizio con una segnalazione diversa dal solito, non è un pezzo scritto da qualcuno bensì un documentario, sulla falsa riga della serie "ESPN 30 for 30" - che spero conosciate tutti - su Steve Bartman e la storia dei Cubs del 2003 andato in onda qualche settimana fa negli USA e anche da noi, su ESPNA.

Magari ai tifosi dei Cubs non farà del tutto piacere, ma è comunque uno spettacolo e racconta una storia triste ma a suo modo bellissima, narrata in eccellente maniera da Alex Gibney.

Catching Hell

Non ho idea se ESPNA abbia in programma delle repliche, per eventuali metodi alternativi, se interessati, mandatemi un pm.



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Re: Profondo Baseball

Messaggioda MarcoRVD » 19/10/2011, 22:47

Come detto nel topic dei film, il 2/3/4 Novembre sarà proiettato a Roma. Imperdibile per chi è nei paraggi.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 15/11/2011, 21:57

Amore irrazionale

Ho tifato disperatamente i Boston Red Sox dal 25 ottobre 1986 al 27 ottobre 2004.
Diciotto anni che, per il ritmo insito al baseball, mi sono sembrati lunghi un secolo. Anno dopo anno, stagione dopo stagione, primavera-estate-autunno-offseason, settimana dopo settimana, serie dopo serie, notte in bianco dopo notte in bianco. È stato così lungo che – in quei diciotto anni – ho vissuto, letto, assorbito quasi l’intera storia della franchigia, dal 1919 in poi.

Dalla trade di Babe Ruth all’incendio di Fenway Park, da Tom Yawkey alle uniche World Series giocate e perse da Ted Wiliams (1946), dallo spareggio perso nel 1948 a quello perso nel 1978, dalle World Series perse contro Bob Gibson (1967) a quelle perse contro Johnny Bench (1975).

E poi – in diretta – l’atroce sconfitta del 1986, la dolorosa disfatta del 2003, ed in mezzo tante altre delusioni ai playoff, tante eliminazioni, tante stagioni infruttuose, qualcuna anche sotto il .500.

Avevo letto molto poco, diciamo di riflesso, di ciò che era successo prima del 1918, quasi che non avessi voglia di sapere come avevano vinto – in un altro, lontanissimo tempo – per ben cinque volte il titolo di campioni del baseball, di come erano stati la squadra che aveva dominato la prima parte del secolo. Era la Dead Ball Era, era un’altra epoca, dead, morta. Non ne volevo sapere.

Come un soldato giapponese abbandonato fino agli Anni Ottanta su un isola del Pacifico, credendo che fosse ancora in corso la Seconda Guerra Mondiale, mi rifugiavo nell’unico titolo accettabile, quello dei Boston Braves del 1914. I miracolati Braves, ultimi in luglio, campioni in autunno. Quei Braves che se ne erano poi andati a Milwaukee; da loro, quindi, non c’era ora nulla da aspettarsi. Semplicemente non esistevano più.

I Red Sox invece erano stati davvero grandi, ma la grandezza poi era svanita. Non perché se ne fossero andati via, no, loro erano rimasti a Boston, con un roster depredato dagli Yankees ed in uno stadio devastato dal fuoco, ed avevano cominciato a perdere, perdere e perdere. Era quasi impossibile che continuassero, ma stava accadendo. La incredibile successione di eventi negativi era inspiegabile. Qualcuno inventò persino la storia di una maledizione. Certo era che i Red Sox dalla fine della Prima Guerra Mondiale non solo non avevano mai più vinto il campionato, non solo avevano semplicemente perso, ma erano spesso caduti proprio ad un passo dal traguardo. Ripetutamente, allo stesso modo. Dolorosamente come quando da bambino ti continui a sbucciare lo stesso ginocchio e cadi quando la crosta non si è ancora formata e la ferita non si è ancora del tutto rimarginata e sangue ne cola copioso. E alla fine la pelle sembra non guarire più.


1918

Data fatidica.
Nati al rombo del cannone diceva una scritta color rosso scuro pitturata con spessa vernice su una vecchia torre che faceva parte delle ormai demolite mura medioevali di Udine. Spiccava quando eri fermo al semaforo, impossibile non vederla. 1918.

Nonna – come la contrada nonna – quella che non vince da più tempo. Nonna nata pure lei nel 1918. Lei che cucinava divinamente e che diceva, anche giustamente, che “se non vincono da così tanto tempo, devono essere per forza scarsi!”

Non sarà stata una conoscitrice di sabermetrica, ma anche lei aveva capito che la sconfitta era la norma. Perdere era la norma. Non ci sarebbe stata nessuna tanto agognata normalizzazione.

Mi rifugiavo nel proverbio: “Chiunque può avere una cattiva giorn…, sett… ehm, stag… ecco, allora, chiunque può avere un cattivo secolo!”
Ma perdere era comunque doloroso.


La ricerca

E così ci chiedevamo ogni tanto come ci saremmo sentiti un giorno quando avrebbero finalmente vinto. E come sarebbe successo? Quando? In che modo? Contro chi?
Ma poi arrivava il dubbio: avrebbero mai vinto?
La frase: “Un giorno…” era forse solo un modo per raccontarsi un’utopia? Un modo, gentile e falso insieme, per dire: “Mai.” Era un concreto timore. Potevano forse non vincere mai più.
L’attesa, la speranza e la delusione mi hanno accompagnato. Da Roger Clemens a Curt Schilling, da Wade Boggs a Bill Mueller, passando per decine e decine di giocatori, bravi e scarsi.
Non lo so neppure come chiamarlo, sogno, incubo, ossessione? O forse semplicemente ricerca. Come in un labirinto. C’era ansia, ma anche tensione, speranza. Ricerca.


2004

E poi… la cavalcata impossibile del 2004, la palla infilzata dal guanto di Keith Foulke, l’appoggio in prima, i salti, l’abbraccio con Tek – quell’abbraccio tra pitcher e catcher sognato mille e mille volte – e l’esultanza, la gioia infinita, la catarsi, le strade di Boston, le insegne, la parata, la Guinness e poi...

…un inverosimile, ma profondo senso di vuoto.

Hanno rivinto nel 2007. Ci hanno riportati sulla Terra, dopo mesi di nuvole ed etere. Vincere è difficile, ci vuole fortuna, bravura, talento, impegno negli allenamenti e nella preparazione. Ci vuole un General Manager che sappia fare bene il suo lavoro. Hanno rivinto, ma naturalmente non è stata la stessa cosa. Però è stato entusiasmante.

Ed ora Theo, The Architect, se ne è andato. Ai Cubs. Un segno del destino?


Schiavi di un amore razionale

Quanto era bello sognare vittorie impossibili, abbracci sul monte di lancio, accumuli di giocatori.
È possibile amare razionalmente?
Aspettare.
Sperare.
Restare delusi.
Rinascere a primavera.
Soffrire per tutta l’estate.
Morire in autunno.
Il peso di un secolo sulla schiena.

Tutto questo mi manca?
Probabilmente.

E allora?
GO CUBS!


( La storia dei Red Sox prima del 1918 è stata bellissima. Ma anche dopo.)


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 11/12/2011, 23:16

Coincidenze



Parte prima


Un grande rispetto per tutti coloro che sono morti.
Innanzitutto.
Quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui (AB).
Mai che si possa pensare che le loro vite siano meno importanti di qualsiasi cosa scritta o detta.
O che siano romanzabili in alcun modo.
O fonte di battute.

Liam è stato visto vivo l’ultima volta il 22 novembre scorso.
Il 29 novembre il suo corpo è stato ritrovato nei pressi dell’aeroporto di Stornoway, Isole Ebridi.
Liam era un giovane pescatore di sedici anni.
È stato assassinato.
È il primo omicidio che ha colpito queste terre, antichissime isole spazzate dal vento e dalle tempeste e che spuntano come speroni rocciosi nell’Oceano Atlantico, in oltre quarant’anni.

Taggart è una serie televisiva. Va in onda da tanto tempo.
Glasgow.
Detective scozzesi, omicidi, investigazioni.
Classica, molto britannica.

Un personaggio televisivo – alcuni giorni fa – ha pensato di usare il tempo intercorso fra il precedente omicidio avvenuto nelle Ebridi, quello di un’anziana donna assassinata nel 1968, e quello di Liam per commentare – proprio come si dice nella serie televisiva Taggart – there has been a murder!
La battuta – fatta simulando un accento scozzese – consisteva nel fatto che se ci fosse un omicidio ogni quarant’anni come alle Ebridi non si potrebbero certo girare telefilm con una certa frequenza richiesta dal business televisivo. Gli altri nello studio hanno anche riso grassamente.
Voleva far ridere?
O vuol essere parte del cinismo con il quale sembra che dobbiamo affrontare tutto al giorno d’oggi?
È risultata una cosa pessima, di cattivo gusto, vergognosa, offensiva.
Sprezzante della vita e della morte di un essere umano.
In primo luogo per i genitori di Liam che hanno sofferto una perdita immensa.

Spero di non offendere nessuno.


Immagine

Sono stato a Gloucester ed ho pregato di fronte a questa statua.

La storia che segue e che mi è stata richiesta da un utente del forum, fa impallidire, per certi versi, “The Perfect Storm”.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 12/12/2011, 18:57

Parte seconda


The Perfect Storm.

Film – tratto dall’omonimo libro – con George Clooney, Mary Elizabeth Mastrantonio e Mark Wahlberg, dove si racconta – romanzandola in parte – la storia, realmente accaduta, dell’affondamento del peschereccio Andrea Gail durante una tempesta, perfetta nella sua forza assassina.
L’Andrea Gail era salpato da Gloucester, cittadina costiera del Massachusetts, poco a nord di Boston, a caccia di pesce spada, dirigendosi verso Flemish Cap, una zona di acque relativamente tiepide e ricche di pesce ad oltre 500 km dalle coste di Terranova, negli ultimi giorni dell’ottobre del 1991.

Per una rarissima coincidenza metereologica, a cominciare dal 28 ottobre 1991:
- un fronte freddo avanzò dalla costa orientale degli Stati Uniti verso l’Oceano Atlantico e generò una bassa pressione al largo della Nova Scotia (il fronte, fosse rimasto isolato, sarebbe stato un classico nor’easter – i “normali” uragani di queste zone);
- nello stesso tempo una perturbazione si estendeva dagli Appalachi alla Groenlandia, sostenuta da un’alta pressione piazzata sul Canada centrale;
- contemporaneamente l’Uragano Grace (di Categoria 2) si stava formando a sud delle Isole Bermuda.
Un tripleheader.
Tre enormi fronti meteo con un appuntamento su un tavolo apparecchiato in mezzo all’Atlantico, quasi di fronte a Boston.

La bassa pressione al largo della Nova Scotia e l’Uragano Grace, che stava risalendo verso nord, furono risucchiati verso la costa orientale degli Stati Uniti dall’alta pressione canadese, infrangendosi contro la perturbazione che scendeva dagli Appalachi e creando un enorme potentissimo nor’easter, il peggiore praticamente dell’intero XX secolo. La tempesta che si abbatté sull’Oceano Atlantico prima e sulla costa canadese, ed americana in seguito, fu tremenda. Venti costanti e sostenuti compresi tra 90 e 100 km/h con raffiche ad oltre 120 km/h. Un’onda di 30.7 metri di altezza colpì Halifax, in Nova Scotia, quando la tempesta toccò terra. Onde significative comprese tra 9 e 12 metri investirono la costa per due intere giornate. Il primo di novembre il mostro divenne un Categoria 1 e finalmente iniziò ad indebolirsi risalendo verso l’Isola di Prince Edward dove si dissolse il 4 novembre. In quella settimana furono colpite le coste delle Caroline, della Virginia, del Maryland, oltre a quelle canadesi e dell’intero New England.
L’Andrea Gail fu inghiottita da questo mostro.
A bordo c’era tanto pesce spada.
E sei uomini.


Immagine

Sulla nona lapide, sulla lastra di bronzo saldata su pietra, sono incisi i nomi dei pescatori naufragati e morti/dispersi in mare dal 1917 al 2001 inclusi i sei morti nel 1991 a causa del Perfect Storm.
I soli che perirono in quell’anno.

Oltre cinquemila altri nomi affollano altre otto grandi lapidi, cinquemila pescatori persi in oltre mille navi naufragate, sfasciate, affondate ed ora sedute negli abissi.
Le nove lapidi circondano la statua del Fisherman.

Un cerchio di mille chilometri di diametro.
Una settimana, forse un mese di preparazione.
Un autunno caldo, alte e basse pressioni.
Un peschereccio in mezzo all’oceano.
Tre fronti meteo.
Una coincidenza.

E per far impallidire una coincidenza del genere... ci vuole qualcosa che davvero viene da lontano, sia nello spazio che nel tempo. Qualcosa che richiede preparazione e coincidenza.

E purtroppo ci sono altri morti.
Una preghiera per loro.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 13/12/2011, 19:53

Parte terza


Andrea Gail.
Sant’Andrea.
La croce di Sant’Andrea.
Pure sulla bandiera scozzese.

1950
Phillies. Oh, finalmente un po’ di baseball, dirà qualcuno, dopo questa lunghissima premessa!
Gli Whiz Kids vincono la National League. Philadelphia diventa la città dei Phillies, o meglio, la gente di Philadelphia, in massa, abbandona Connie Mack e gli Athletics ed abbraccia l’altra squadra della città, quella storicamente perdente. Anche se poi gli Athletics, pure loro, era da un bel po’ che non vincevano.

1954
Il primo ad organizzare l’appuntamento con la storia fu Arnold Johnson che decise di portare gli Athletics da Philadelphia a Kansas City nell’autunno 1954. Johnson, un businessman di Chicago, aveva comperato lo Yankee Stadium di New York (Per davvero lo aveva comperato!) ed aveva comperato anche il Blues Stadium di Kansas City. Quando decise di spostare gli Athletics, che a Philadelphia erano diventati la seconda squadra della città e stavano perdendo soldi e pubblico, non potè, per ovvie ragioni, portarli a New York e così decise di fare diventare Kansas City una città dell’American League. Per evitare un possibile conflitto d’interessi fu – nello stesso momento – obbligato a vendere indietro agli Yankees lo Yankee Stadium.

A Kansas City c’erano stati i Monarchs delle Negro Leagues, poi verranno i Royals. Monarchi e reali, nel senso di famiglia reale. A Kansas City c’era la squadra farm degli Yankees, i famosi Yankees. Forse a Kansas City ce l’hanno con la nobiltà, con il sangue blù. Perfino lo stadio si chiamava Blues Stadium, ma non per quella ragione. E adesso arrivavano gli Athletics che con Kansas City non c’entravano molto. Johnson ribattezzò lo stadio con un anonimo Municipal Stadium e firmò un contratto con la città che diceva: “Se non viene almeno un milione di spettatori, io sposto la squadra”. Non c’erano le premesse. E lui non diede alla sua squadra molte chances. Negli anni che seguirono continuò a vendere cose indietro a New York, questa volta non stadi, ma giocatori. Gente del calibro di Roger Maris, Bobby Shantz, Héctor López, Clete Boyer, Art Ditmar, Ralph Terry. Una mezza dinastia di campioni. In ritorno arrivavano veterani a fine carriera. Gli Yankees continuarono a vincere e gli Athletics ebbero stagioni perdenti. Erano ritornati ad essere, paradossalmente, la squadra farm degli Yankees, la stessa che erano prima di entrare nell’American League. L’emorragia di talento sull’arteria KC-NY terminò solo quando Johnson fu colpito da un’emorragia cerebrale durante lo spring training del 1960. Johnson morì, Charlie Finley si comprò gli Athletics e mise fine ai pacchi dono di giocatori. Gli Yankees non vinsero più dal 1962 fino alla fine degli Anni Settanta, cosa che per loro è una discreta carestia.
Charlie Finley.
Ma prima di arrivare a Finley…

1957
Branch Rickey, GM dei Brooklyn Dodgers, si stufò di New York e del suo consiglio comunale che non voleva dargli lo spazio per un nuovo stadio e così decise di spostarsi sull’altra costa.
Scelse Los Angeles. Affamata di baseball.
Il proprietario Walter O'Malley disse a Rickey: "Ci fanno andare, ma non da soli..."

Per cui Rickey in California non ci poteva andare da solo. Non poteva obbligare l’intera National League ad attraversare un continente per tre partite.
E convinse il proprietario dei New York Giants, Horace Stoneham, a traslocare pure lui.

Così i Dodgers di O'Malley vanno da Brooklyn a Los Angeles, mentre i Giants di Stoneham vanno da Manhattan a San Francisco.
Resta la rivalità, intatta, solo traslata.
Nasce invece una cosa nuova, l’West Coast Trip. Volare coast-to-coast per sei partite ha più senso.
Rickey, tra mille altre cose, fece esordire Jackie Robinson, scelse Roberto Clemente, prima superstar ispanica, impostò il sistema attuale delle leghe minori, obbligò i suoi Pirates ad indossare il caschetto da battuta che poi divenne regola per tutta la MLB. Insomma fu un discreto innovatore. Fu anche la figura importante dietro ai migliori Cardinals, ai migliori Dodgers, ai migliori Pirates.

I Giants si spostarono per decisione del loro proprietario, ma diamo grande merito a Rickey, il vero traslocatore.
Comunque sia, nel 1958, uno dei tre invitati, i San Francisco Giants, arriva all’appuntamento.

1967
Finley non aveva fatto promesse a Kansas City.
Già nel 1964 pensò di trasportare gli Athletics a Louisville. La lega rifiutò.
Poi decise per Oakland. Diventeranno gli Oakland A’s.
E nel 1968 saranno un altro dei tre invitati all’appuntamento.

E con giocatori come Reggie Jackson, Sal Bando, Joe Rudi, Bert Campaneris, Catfish Hunter, Rollie Fingers e Vida Blue saranno campioni dal 1972 al 1974. Prima dell’arrivo dei Bash Brothers e molto prima di Billy Beane. Franchigia che muore e rinasce ogni paio di decadi sulle proprie ceneri come l’araba fenice.

E ne manca soltanto uno.

Prima di Rickey e di Finley ci fu la California.
Quindi tutto inizia da questa calda terra, sinonimo di spiagge e belle ragazze.
Hollywood e cinema. Star e campioni.
La California, piazzata lungo la costa pacifica.
Un’enorme terrazza che guarda all’oceano.

Laguna de San Andreas è un piccolo lago che dona il nome ad un solco profondo, lungo 1300 km.
La faglia di San Andreas corre come un’impressionante ferita lungo la costa della California. Costa pacifica di nome, ma molto movimentata di fatto.
A destra della faglia c’è il continente americano, a sinistra la placca pacifica. Le due zolle si muovono in senso opposto, scorrono lungo la faglia, si stritolano una contro l’altra, ma non è un meccanismo ben oliato, c’è ruggine e le cose procedono a scatti. Ad ogni scatto corrisponde un rilascio di energia incontrollata ed incontrollabile.

E arriva così il terzo invitato.

1989
Athletics alle World Series
Giants alle World Series.
Loma Prieta alle World Series.
La chiamarono la Battle of the Bay.
Le due squadre della baia arrivano insieme alle World Series.
L'intera baia in festa.

14 ottobre – Gara Uno.
Oakland 5, San Francisco 0
Dave Stewart lancia un 5-hitter.

15 ottobre – Gara Due
Oakland 5, San Francisco 1
Matt Moore e due rilievi concedono 4 valide ai Giants.

27 ottobre – Gara Tre
27 ottobre?
Scusa hai fatto un errore di battitura? 27, intendevi 17?
No, no, proprio il 27, è giusto.
Cioè, scusa, dodici giorni, ma che cazzo hanno fatto in quei dodici giorni?
Riposato i lanciatori?
Ok, San Francisco è più piovosa di LA, c’è la nebbia, ma ha piovuto per dodici giorni?
Il diluvio universale parte II?

I terremoti non si possono prevedere.
Ma loro possono decidere quando venire a trovarci.

Gara Tre si doveva disputare il 17 ottobre 1989.
Alle 17:35 del pomeriggio californiano.
Alle 17:04 il terremoto di Loma Prieta colpì la California settentrionale.
Lo stadio, Candlestick Park era già pieno.
Molta gente era già a casa in attesa della partita o era rimasta in ufficio per vedere il baseball con i colleghi, quindi le strade ed i ponti che, in parte, crollarono erano abbastanza vuoti. Fu una fortunata coincidenza. A quell’ora di solito le strade dovevano essere affollatissime. Morirono comunque in tutto 63 persone.

Delle tante immagini, in diretta TV, perché alla radio stavo aspettando la radiocronaca, ricordo Jose Canseco camminare sul prato dello stadio abbracciato alla moglie, una vistosa e preoccupata ragazza.
Tragicamente paradossale.
Finalmente vedere immagini di (quasi) baseball in diretta televisiva solo perché c’è il terremoto.

Dopo cent’anni le World Series erano nella baia di San Francisco.
Che coincidenza affascinante.
The Bay Series, Oakland contro San Francisco, doveva essere una grande festa.
But Loma Prieta crashed the party.
Che coincidenza incredibile!

Gara Tre si giocò il 27 ottobre, dopo aver ricordato le vittime.
Vinse Oakland 13-7. Gli A’s batterono cinque fuoricampo e Dave Stewart lanciò sette buoni inning.

Gara Quattro si giocò il giorno dopo.
Vinsero ancora gli A’s, 9-6, che completarono la sweep.
Rickey Henderson battè un leadoff home run e Dennis Eckersley lanciò il nono per la salvezza.

Quella fra la seconda e la terza partita è ancora oggi la più lunga pausa fra due partite delle World Series.
Nessuno fece alcuna battuta allora. La pausa fu doverosa, logica, benvenuta da tutti. C’erano stati oltre ai sessantatré morti anche moltissimi feriti. C’era stato un terremoto. San Francisco aveva bisogno di seppellire le proprie vittime. Aveva bisogno di tempo, di guarire almeno un pochino. I danni alle cose non furono enormi, ma significativi.
Dopo dodici giorni decisero di riprendere a giocare.
Quando sembrò che fosse possibile pensare, per qualche ora, di nuovo allo sport, si decise di riprendere.
Con rispetto.
Il sindaco, ad esempio, avrebbe voluto aspettare ancora.
Ma forse fu giusto riprendere a vivere.

Il 27 ottobre 1991, la sera precedente alla “nascita” della tempesta perfetta, Jack Morris dei Minnesota Twins lanciò dieci inning in gara sette delle World Series per battere 1-0 gli Atlanta Braves.

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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 14/12/2011, 22:41

‘Azz è long

(Molto liberamente ispirato ad un racconto di OS.
In pratica ho fatto a pezzi un ottimo racconto di uno scrittore vero.)


1

Nel 1925 la macchia bianca sfiorò i quarantasei milioni di acri.
Fu alla sua massima espansione, ricopriva una fascia che attraversava tutto il Sud degli Stati Uniti.
Creò ricchezza ed opportunità. Ma anche dolore e sofferenza.
I dollari, prodotti a milioni, finanziarono molte industrie del Nord del paese.

La stagione cominciava in Texas nella prima metà di marzo, e poi in Virginia ed in Alabama, nel Mississippi nella seconda settimana di aprile. Louisiana, Georgia, North Carolina, Tennessee seguivano verso la fine del mese. Chiudeva sempre l’Oklahoma all’inizio di maggio. La semina durava da quattro a sei settimane in base al clima ed alla grandezza della piantagione.

Poi veniva la raccolta. Anche quella scaglionata dalla metà di settembre alla prima decade di ottobre, per estendersi, in certi casi, fino a novembre.

Nel 1960 arrivarono le macchine raccoglitrici (ed anche i maledetti tessuti sintetici), perché fino ad allora la raccolta era fatta a mano. Le prime macchine non andarono bene perché rovinavano le fibre, ma poi le migliorarono e tutto cambiò per sempre.
Ma dalla metà del diciottesimo secolo fino alla fine degli Anni Cinquanta centinaia di migliaia di uomini popolarono per intere stagioni la Cotton Belt.
Ed il cotone americano conquistò il mondo intero.

Una parte di questi uomini erano ragazzi di colore che, negli anni d’oro del cotone, erano schiavi. Venivano sfruttati senza diritto alcuno nelle piantagioni; qua e là vi erano pure migliaia di immigrati, la maggior parte proveniva dal “vicino” Messico. Venivano a guadagnarsi da vivere e poi ritornavano a casa per l’inverno. Risparmiavano vivendo tutti insieme in grandi baracche e mangiando fagioli e patate.

Moltissimi ragazzi però erano arrivati dagli Appalachi, soprattutto negli Anni Trenta. La crisi del 1929 aveva colpito duramente molte regioni orientali, certamente più duramente del Sud, dove, in effetti, erano già poveri. E così tanti ragazzi venivano da quella regione che prendeva il nome di Piedmont, letteralmente al piede del monte, appunto le pendici di quella lunghissima catena montuosa che dal Maine scende parallela alla costa atlantica fino a toccare la Florida.
E molti di questi giocavano.

Le giornate nelle piantagioni erano lunghe ed uguali. Sotto il sole cocente i ragazzi cantavano e lavoravano. Lunghe nenie ne accompagnavano la fatica. I capi, spesso a cavallo, gridavano sempre a gran voce: “Sveglia, pigroni! Forza! Il sole mangia le ore!”. Quotidianamente la frusta faceva qualche dolorosa apparizione.

Il cotone in spagnolo si chiama algodón, con l’articolo già incorporato.
Quando i primi messicani arrivavano tutti in gruppo qualche piedmontese cominciò a chiamarli “the algodoners” ma, visto che al ritorno delle piantagioni erano tutti ricoperti di bianco, loro stessi decisero di chiamarsi Los Blancos.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 15/12/2011, 20:53

2

Fu una cosa straordinaria già solo averla pensata. Ma che poi sia effettivamente durata per ben trentadue anni, considerata la logistica del tempo fu davvero un miracolo. Le otto squadre erano distribuite lungo il corso del Mississippi. Alcune “rappresentavano” delle vere e proprie cittadine, altre delle zone, coperte ovviamente da piantagioni enormi, ed una non rappresentava nessuna località in particolare, era infatti semplicemente la squadra de Los Blancos.

La lega ebbe vari nomi: Southern Mississippi Valley League, Southern Plantations Conference, Old River Division, Southern League, ebbe anche altri nomi, ma sostanzialmente fu sempre la stessa cosa e tutti la chiamavano semplicemente Cotton League. E le stesse otto squadre continuarono a giocarla anno dopo anno per oltre tre decenni. Il trofeo per la squadra vincente era, ovviamente, chiamato Cotton Bowl ma non ebbe mai nulla a che fare con l’omonima finale del football universitario, era semplicemente chiamato così. In realtà non era neppure una coppa ma una ruvida pietra bianca. Una specie di travertino – simile alla pietre del Colosseo di Roma – che aveva una forma sbilenca con cinque lati e doveva rappresentare qualcosa. L’aveva trovata qualcuno in una cava abbandonata e, vista la somiglianza appunto ad un pentagono, l’aveva portata al commissioner della lega, il giudice Thornton. La squadra vincente aveva il diritto di conservarla per un anno intero.
Era una lega, mi sembra chiaro ormai, di squadre di baseball.

Le otto squadre giocavano per quattordici weekend consecutivi dalla metà di giugno alla prima settimana di settembre e non superavano mai il Labor Day, dopo il quale il clima diventava più piovoso e le ore di luce diminuivano rapidamente. Si giocavano due doubleheader, uno il sabato ed uno la domenica fra le stesse due squadre.
Per cui ogni squadra giocava sette weekend in casa e sette fuori casa contro tutte le avversarie per un totale di 56 partite. Alla fine della stagione non vi erano playoff; semplicemente chi aveva vinto di più si portava a casa il titolo. Non accadde mai che due squadre finissero con lo stesso numero di vinte-perse o con la stessa percentuale di vittorie. Per cui non ci si pose neppure il problema di come si sarebbe potuto decidere un’eventuale arrivo alla pari.

Le partite iniziavano alle due e trenta del sabato e al mezzogiorno della domenica. L’unica eccezione erano Los Blancos che ogni domenica andavano alla messa cattolica e che quindi giocavano il loro doubleheader domenicale dalle tre del pomeriggio in poi. Il figlio del giudice Thornton, che tutti chiamavano Crane, correva da un campo all’altro, prima in bicicletta e negli anni successivi con una vecchia moto, a raccogliere i risultati delle partite per poi preparare la classifica che veniva scritta a mano su fogli che lo stesso Crane andava ad affissare sui portoni dei magazzini di cotone in ogni piantagione al successivo lunedì mattina. Era un lavoraccio. Come abbia fatto a percorrere tante miglia in quei fine settimana rimane un vero mistero. Divenne comunque un discreto ciclista.

Crane che nel 1923, nel primo anno della lega di baseball, aveva sedici anni, dopo la laurea in matematica all’università di Mississippi State, fu anche il contabile della lega e poi sostituì il padre come commissioner quando questi si ammalò nell’inverno del 1953-54.
Ma la lega durò soltanto un’altra stagione.
Alcuni dissero che era colpa della morte del giudice, altri dissero che era semplicemente destino che finisse. Altri dissero che dopo il tornado che il 5 dicembre 1953 colpì Vicksburg le cose non furono più le stesse. L’ultima stagione fu infatti giocata nell’estate del 1954.

Nel Sud si parla ancora della lega del cotone, tanti ne ricordano i giocatori, le vittorie, le sconfitte, gli episodi drammatici e quelli divertenti. Sono ricordi sparsi, orali, solo raccontati e tenuti a memoria dai pochi anziani rimasti, perché i giornali non ne scrivevano quasi mai. I pochi articoli scritti su saltuarie pubblicazioni locali sono probabilmente andati persi, oppure hanno fatto da lettiera per le gabbie del pollame o magari sono finiti nei cessi delle piantagioni per usi appropriati.

Ma è certo che quello che nessuno dimenticherà mai – orale o scritto – fu la stagione 1953.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 17/12/2011, 19:09

3

Le otto squadre della Cotton League erano: Jonesville Lions, Natchez Indians, Tallulah White Sox e Winnsboro Wildcats (ad ovest del Mississippi); Fayette Bulldogs, Port Gibson River Cats, Vicksburg Kings e Los Blancos (ad est del Mississippi). Los Blancos giocavano nei pressi di Eagle Bend, letteralmente su un meandro abbandonato del fiume Mississippi. Il fatto che quattro squadre fossero da una parte del fiume e quattro dall’altra era una semplice coincidenza, ma portò a chiamare genericamente gli uni Westerners e gli altri Easterners. Divenne quasi una classifica nella classifica il cercare di vincere il proprio lato del fiume.

Vicksburg e Natchez dominarono le prime venti stagioni della lega, dal 1923 al 1942. Vicksburg vinse il titolo nel 1923 e nel 1924 e poi dal 1927 al 1933. Natchez vinse nel 1925 e nel 1926 e dal 1935 al 1942. Ci fu una sola interruzione a questo dominio dei Kings e degli Indians.
Nel 1934 un giovane lanciatore di nome David Deveraux portò Tallulah alla vittoria andando 28-0, giocando sia il sabato che la domenica per tutte e quattordici le settimane. Tallulah celebrò il titolo alla grande e immaginò anni di trionfi.

Avere un asso creava, infatti, la possibilità di garantirsi almeno due vittorie per ogni weekend, una sabato ed una domenica. Le altre due partite venivano di solito lanciate da due giocatori diversi. Bastava che uno dei due fosse decente per riuscire a superare il sessanta percento di vinte-perse. Battitori bravi ce n’erano davvero pochi. Il pitching dominava. Per cui… era fatta!
Il giorno di Natale del 1934 Deveraux si imbarcò su un battello del Mississippi e nessuno lo vide mai più. Tallulah non vinse altri campionati.

Nell’inverno 1942-43 molti partirono per la guerra. Le piantagioni si spopolarono. Le squadre divennero più casuali. Nel 1943 vinse Port Gibson, nel 1944 fu la volta di Jonesville. Los Blancos, che fino ad allora erano arrivati sempre ultimi, riuscirono ad arrivare secondi della parte West (e quinti assoluti) nel 1944. Fu il loro miglior risultato di sempre; festeggiarono uccidendo un cinghiale dell’Arkansas.

Nel 1945 prevalse Fayette e nel 1946, al ritorno dalla guerra di molti suoi giocatori/lavoratori delle piantagioni di cotone/soldati, ritornò alla vittoria Natchez. Dal 1947 al 1949 vinse Winnsboro (con il Duca tedesco), nel 1950 il titolo ritornò a far felice Vicksburg, che si ripetè nel 1951 e nel 1952. A questo punto tutte le squadre – eccetto una – avevano vinto la Cotton League almeno una volta. I Kings erano davanti a tutti con dodici titoli, gli Indians inseguivano con undici vittorie (arriveranno a dodici nel 1954), altre cinque squadre si erano divise i restanti sette titoli.

Ovviamente a zero erano rimasti Los Blancos. Con una squadra perennemente formata da leggeri interbase e lanciatori di curve approssimative non vi erano speranze. Dal Piedmont erano arrivati giocatori veri. A casa loro erano stati taglialegna, fabbri, falegnami, muratori. La crisi aveva fatto perdere loro il lavoro, ma non la forza. Alcuni – tra l’altro – avevano giocato a baseball fin da ragazzini. Sapevano quantomeno giocare.

Los Blancos erano messicani, piccoli, magri, emigrati per fame e miseria. Avevano messo insieme la squadra più per sentirsi parte di una comunità che per il desiderio di vincere qualcosa. Lentamente avevano imparato a giocare a baseball. Nel 1924 erano andati 0-55. Una partita era stata rinviata per pioggia.

Ed a parte quel fortunoso quinto posto, non vinsero mai più di 11 partite.
Fino al 1953.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 18/12/2011, 8:23

4

Solo quattro giocatori disputarono tutte e trentadue le stagioni della lega del cotone.
Quattro uomini di ferro.

Matthew Rich Nossy.
Nossy fu l’asso di Vicksburg. Lanciava sempre la prima partita del sabato e la seconda della domenica. Solo negli ultimi anni, dopo la fine della guerra, avrebbe ridotto le sue apparizioni ad una volta alla settimana. Spesso teneva a zero gli avversari. Si dice che lanciò alcune partite perfette nei tardi Anni Venti, ma nessuno ne è certo per davvero. Il suo soprannome era Tossy (da to toss, gettare). Nossy Tossy, infatti, più che lanciare, gettava la palla verso il battitore. Il suo arsenale comprendeva una curva lenta, una curva veloce, una curva lentissima e qualche rara palla veloce. Sforzo minimo, carriera lunga. Ma tutta quella lentezza confondeva i battitori. Resta il fatto che vinse tantissimo ed i titoli dei Kings sono in gran parte merito suo.

Mill Westaid
Era figlio di un mugnaio e nessuno sapeva il suo vero nome di battesimo. Tutti lo chiamavano semplicemente Mill (mulino). Era un nome adatto. Mulinava la mazza come fosse un’elica di aeroplano. Iniziò a giocare giovanissimo, forse aveva solo tredici anni, ma era già un metro e settantacinque. Mentì sull’età e riuscì a fare la squadra come seconda base. A ventiquattro anni divenne esterno centro e da quel giorno battè doppi e tripli a non finire. Era velocissimo. Giocò sempre per gli Indians di Natchez e rubò casa base così tante volte che una volta un lanciatore di Jonesville – ripetutamente umiliato da Westaid – decise di regalare una base ball intenzionale a basi piene per farlo segnare camminando dalla terza, piuttosto che farsi rubare casa ancora una volta.

Aaron “I Am” River
Non il migliore, ma certamente il primo della storia nel suo ruolo.
Era una delle prime stagioni della lega ed Aaron, un giovane interno, languiva sulla panchina dei River Cats. Accadde che il partente, dopo otto inning di fatica, sotto il sole, non ce la facesse più. Il manager di Port Gibson guardò nella direzione del dugout e disse: “Who’s pitching now?”
Aaron rispose distrattamente “I Am.”
Da quel giorno Aaron lanciò sempre e solo il nono inning di tutte le partite dei River Cats, indipendentemente dal punteggio. Non era un closer, era semplicemente l’uomo del nono inning.
Il River è naturalmente il Mississippi. Il cognome gli fu dato da un pescatore che trovò il piccolo Aaron, appena nato, in una cesta che galleggiava sulle acque dell’Old River. Il nome invece glielo diede l’infermiera ebrea che lo accolse in ospedale. Voleva chiamarlo Mosè, ma pensò che poi si sarebbe potuto confondere con Mouse. E Mouse River (= topo di fiume) non era un bel nome per un bambino. Così si convinse su Aaron.
Quando finalmente Port Gibson vinse il titolo nel 1943, Aaron era sul monte per chiudere la partita.
Chiuse la carriera nel 1954 con tre strikeout nell’ultimo inning dell’ultima partita della lega, giocata di lunedì sera per un rinvio per pioggia.
In una partita ininfluente sulla classifica finale e davanti a delle piccole tribune vuote.
Non il migliore addio, ma certamente l’ultimo.

El Toro Gonzalez
Il suo vero nome era Manuel Alvaro Pablo De La Cruz y Fernandez y Gonzalez. Aveva avuto tre o quattro padri ed almeno due madri, era un po’ figlio di tutti. E tutti lo conoscevano solamente come El Toro. Era chiaramente messicano. La sua carriera fu inverosimile. Cominciò a giocare seconda base a sedici anni, passò all’interbase a diciotto, dai venti ai ventiquattro fu in terza base. Dai ventiquattro ai ventisette lanciatore. Fino a trenta esterno centro, a trentaquattro finì esterno destro, a quaranta esterno sinistro. Giocò due anni ricevitore, finì la carriera in prima base e agì per una stagione pure da manager dopo che El Cabezòn si gettò sotto un treno merci il giorno di Capodanno del 1954.

Come detto questi quattro uomini giocarono tutte e trentadue le stagioni della Cotton League.
Nessuno dei quattro andò in guerra.
Tutti e quattro non cambiarono mai squadra.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 18/12/2011, 18:22

5

El Cabezòn metteva giù dei lineup qualsiasi.
L’unica costante era il quinto posto. Al quinto posto c’era immancabilmente El Toro Gonzalez. El Toro battè sempre per quinto. Per tutti gli anni della lega El Toro battè per quinto, sempre, in ogni partita.
Ogni anno poi El Cabezòn sceglieva un differente sistema di fare il resto del lineup, dall’1 al 4 e dal 6 al 9. Una volta andava in ordine alfabetico, l’anno dopo dal più giovane al più vecchio, dal cognome più lungo a quello più corto. E così via. Ma invariabilmente El Toro batteva quinto.
El Cabezòn aveva capito che, indipendentemente, da chi metteva nel lineup e, soprattutto, da dove lo metteva, Los Blancos avrebbero perso e sarebbero finiti ultimi in classifica.
Ciò avveniva puntualmente.

Aveva una sola accortezza.
Visto che di messicani desiderosi di giocare ce n’erano sempre molti e visto che lui era sempre alla “ricerca di talenti”, aveva sempre a disposizione una squadra foltissima: trenta, quaranta, alle volte anche cinquanta giocatori. Questo gli dava la possibilità di schierare un lineup di soli destri contro i lanciatori mancini ed un lineup di soli mancini contro i lanciatori destri. A parte El Toro naturalmente che giocava sempre e batteva sempre quinto. Ma non era uno switch hitter.
El Cabezòn aveva probabilmente capito qualcosa. Aveva una strana passione per la matematica e per la teoria delle probabilità, ma non lo disse mai a nessuno.
Comunque Los Blancos perdevano sempre ed arrivavano sempre ultimi.

El Cabezòn era già vecchissimo nell’anno in cui fu fondata la lega. Veniva dallo Yucatan, aveva sangue indio e masticava foglie di coca in continuazione. Nessuno sapeva come se le procurasse. Aveva attraversato l’intero Messico in cerca di lavoro, ma non ne trovò mai uno che gli piacesse. E così era arrivato fino al Texas, poi in Louisiana, nel Mississippi e sempre la solita storia. Poi nell’Arkansas. Ma anche nell’Arkansas per vivere toccava lavorare.
Provò con il Tennessee, stessa storia.
Un giorno si trovava a Memphis e vide una nave a vapore carica di gente che navigava sul Mississippi. Acquistò un biglietto di quarta classe e salì.
Arrivò ai tavoli da gioco e cominciò a guardare le partite.
Stava in piedi in un angolo della sala e contava le carte. Contava i re, le regine, gli assi.
Contava e pensava.
La gente lo guardava, anzi più che altro lo sentiva, perché dopo una settimana di navigazione e zero docce El Cabezòn puzzava come una capra.
Un giorno decise di sedersi ad un tavolo.
Si rialzò settantadue ore dopo con mille dollari in tasca.
Non avrebbe più dovuto lavorare.
Scese dal battello a Baton Rouge e corse felice lungo il fiume fino a che non ce la fece più.
La polizia continuò a cercarlo per una settimana.

Con una parte dei mille dollari “guadagnati” sulla nave a vapore si comprò una baracca su un’ansa del Mississippi vicino ad Eagle Bend. Con il resto si comprò degli animali.
Divenne manager de Los Blancos quasi per caso.
Nessuno sa bene come sia andata.
Comunque loro arrivavano sempre ultimi.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 19/12/2011, 20:43

6

Ma nel 1953 accaddero cose singolari.
La lega si stava trasformando. Alcune squadre tentarono di ingaggiare giocatori al di fuori dei lavoratori delle piantagioni, che era l’unica condizione per poter giocare. El Cabezòn stesso, tornato a casa nell’inverno, aveva visto un giovane mancino tirare sassi su una spiaggia. E gli aveva chiesto che lavoro facesse.
Insomma cose singolari.

Dal Messico era arrivato così, per miracolo, un giovane lanciatore/esperto di cotone.
Si chiamava Leon Fernandez Valua.
Valua – che suona irrimediabilmente falso e troppo simile a Most Valua-ble Player – lanciò la stagione della vita.
Un career year.
Anche perché la sua carriera durò un solo anno.
Gli diedero infatti il Deveraux Award.
Valua lanciò quarantadue partite, di cui una in rilievo. Ne vinse trentasette.
Rimase famoso un pitching duel tra lui e Nossy che durò diciannove inning.
Valua vinse 1-0.

Ma la storia della stagione fu un’altra.
Los Blancos.
Los Blancos trascinati da Valua e con El Toro Gonzalez ben saldo al quinto posto del lineup cominciarono a vincere! Vinsero le prime quattordici della stagione, poi ne persero un paio e ne vinsero altre otto e poi ne persero quattro. Alla fine dell’andata Los Blancos erano primi in classifica con un record di 22 vinte e 6 perse. Poi – se mai fu possibile – migliorarono pure. Grazie ad alcune cancellazioni per pioggia, Valua lanciò di meno, e si riposò di più e Los Blancos vinsero 17 partite su 18 nei primi sei weekend del ritorno. Valua lanciò moltissimi 1-0, compresi quattro no-hitter consecutivi. El Toro batteva un doppio e mandava a casa un piccoletto casualmente già in base oppure batteva un fuoricampo e Valua teneva gli avversari a zero con la sua formidabile veloce e qualche palla sporca all’occorrenza.

Dopo tredici weekend di partite Los Blancos avevano mezza partita di vantaggio su Vicksburg, con i Kings alla ricerca del quarto titolo in fila e tredicesimo assoluto.
Era incredibile.
Los Blancos erano primi.

La classifica – in messicano – si leggeva che era una meraviglia:
Los Blancos 39-7 .848
Vicksburg 38-7 .844
I conti non tornano perché c’erano state alcune partite cancellate per pioggia anche per Vicksburg.
Ma se i conti non tornano – come disse quel famoso maggiordomo – ci pensa il duca a farsi sentire.

Mancavano quattro partite alla fine; i messicani avevano la possibilità di vincere il loro primo titolo.
Nell’ultimo weekend Vicksburg giocava a Tallulah, mentre i messicani erano in casa contro Winnsboro. Nossy Tossy avrebbe lanciato sia sabato che domenica per i Kings e Valua avrebbe lanciato tutte e quattro le partite per i messicani. O almeno questo pensava di fare El Cabezòn. Se Los Blancos avessero vinto le loro quattro partite sarebbero stati campioni.

Due doubledecker (autobus doppi) con rimorchio partirono da El Paso, carichi di milleduecento tifosi messicani.
Il problema – a questo punto – era: Ein! Zwei! Auf Wie-Drei-sehen!
Oltre al tetto del secondo autobus che stava per sfondarsi.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 20/12/2011, 20:58

7

La stagione de Los Blancos era stata strepitosa, unica.
A quattro partite dalla fine i piccoletti ci credevano davvero.
Ma El Cabezòn non si fidava.

L’unico vero intoppo alla galoppata messicana erano state le quattro partite disputate a Winnsboro.
Valua aveva avuto il raffreddore, El Toro zoppicava per una martellata che la fidanzata Maria La Rubia, vestita di rosso con una grande scollatura, gli aveva dato sul piede. Avevano litigato. Lei voleva un bambino per poi poterlo sposare, ma i bimbi non venivano. Lui disse che era sterile. Lei non ci credeva ovviamente. Ma dai, uno chiamato El Toro che è sterile.
“Come fai a saperlo?” chiese Maria
“Una roba ereditaria. Lo era anche mio padre!” rispose serio El Toro, mentre guardava una bionda che passava di lì.
Insomma non fu un weekend facile.
El Cabezòn pensava che fosse stata un’altra la vera ragione delle quattro sconfitte subite a Winnsboro. Aveva lanciato il Duca tedesco.

Wern Hasparn era un marinaio tedesco, lavorava su un mercantile, il ME Von Altig, che faceva la rotta Amburgo-Fort Lauderdale. Un giorno a Fort Lauderdale c’era tempesta ed il porto era chiuso, la nave continuò a navigare lungo la costa. Porto dopo porto il viaggio si allungò e la nave giunse a New Orleans; i tedeschi si erano presi una quindicina di giorni di vacanza. Wern quando sbarcò a New Orleans dopo molte settimane di mare, vide tante signorine, e non capì più nulla. Perse la nave che ritornava indietro e disse a tutti che era un Duca, nipote dell’imperatore. Da quel giorno fu semplicemente il Duca tedesco.

Lanciò, prima e dopo la guerra per molte stagioni, tranne appunto quelle della guerra, perché – in quanto tedesco – era stato fatto prigioniero dagli americani. Fu facile catturarlo. Era già lì infatti.
Il Duca – negli anni della prigionia – si allenò moltissimo e, dopo la fine della guerra e la liberazione, era davvero diventato un buon pitcher. E così dal 1947 al 1949 ebbe il suo picco e portò i Wildcats a tre titoli consecutivi con tre stagioni dal monte memorabili. Mandava tutti strikeout. Strike Uno. Strike Due. Strike Arri-Tre-Vederci! In tedesco suonava ancora meglio.
Nel 1953 Wern aveva ancora qualche proiettile in canna ed in casa aveva battuto tre volte Valua con il raffreddore. Per quello El Cabezòn era preoccupato.

Ma nell’ultimo weekend Valua tirò fuori tutto quello che gli restava. Il sabato battè il Duca 1-0 e poi sconfisse un certo Williams 2-1. Ed alla domenica, nella prima partita vinse contro un certo Smith 1-0. Nel frattempo da Tallulah, che sta proprio al di là del Mississippi, di fronte ad Eagle Bend arrivò la notizia che i Kings avevano spazzato entrambi i doubleheader. La classifica ora recitava: Los Blancos 42-7, Vicksburg 42-7.
E visto che Los Blancos alla domenica iniziavano a giocare più tardi rispetto agli altri, folle di giocatori di altre squadre che avevano finito le loro partite e numerosi tifosi si riversarono ad Eagle Bend per vedere gara due del doubleheader. Mai una partita della Cotton League aveva avuto tanto pubblico.

Mancava una sola partita. Se Los Blancos avessero vinto sarebbero stati campioni, se avessero perso il titolo avrebbe preso ancora una volta la strada di Vicksburg.
I conti tornano, mi pare.
Il Duca pure.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 21/12/2011, 20:32

8

Valua dopo aver lanciato ventisette inning in ventisette ore non ce l’avrebbe fatta a salire sul monte per la quarta partita della serie contro Winnsboro, o così almeno pensava El Cabezòn. Va bene i miracoli, ma a tutto c’è un limite.
El Cabezòn lo guardò negli occhi e gli disse: “Dammi un solo inning.”
Valua abbassò lo sguardo e pianse.
Per lui esisteva un solo numero: nove.

El Cabezòn scelse invece il suo numero Cinco. La “rotazione” de Los Blancos infatti era formata da Valua, da un numero Cuatro e da un numero Cinco. C’era miseria di lanciatori, le braccia servivano ad altro nelle piantagioni. Ma nel 1953 era andata di lusso. Il numero Cinco non aveva mai dovuto lanciare, il numero Cuatro era andato 6-2, Valua aveva pensato al resto.
Il numero Cuatro si chiamava Herr “Cuatro” Rebelets, un franco-tedesco, naturalizzato messicano.
Il numero Cinco si chiamava Ghitum “Cinco” Grullantes. Messicano di Piedras Negras.
Grullantes sembra davvero un participio di maiali che stanno pranzando. In effetti quando El Cabezòn lo informò che doveva lanciare, a Grullantes andò di storto la polpetta che si era appena infilato in bocca. Il fatto era che Rebelets si era fatto male con una vecchia sgranatrice di cotone e non avrebbe potuto lanciare.

La cosa positiva era che nessuno aveva mai visto lanciare Grullantes. La cosa negativa era che Grullantes aveva un’idea tutta sua della zona strike. Winnsboro aveva un gruppo di battitori abbastanza pazienti. Grullantes riempì subito le basi, ma scappò con un triplo gioco. I messicani andarono out 1-2-3 contro il Duca. Grullantes lasciò le basi cariche anche nel secondo, ma i Wildcats segnarono un punto. Il Duca fece 4-5-6, mandando strikeout looking anche El Toro. Si continuò con questo ritmo. Il Duca a fare 1-2-3 e Grullantes a fare miracoli con le basi piene. Dopo sette inning il punteggio era di 3-0 per Winnsboro. Los Blancos avevano la bellezza di zero valide, una base su ball ed un colpito. Grullantes era stato colpito dal Duca che si era offeso perché il messicano gli aveva mollato un rutto in faccia. Grullantes aveva permesso diciassette corridori, di cui quindici per base su ball.

El Cabezòn andò ancora una volta da Valua e gli disse: “Dammi due inning.”
Valua rispose: “Basta chiedere. Comunque io ne avevo ancora nove.”
I manager non capiscono mai un cazzo.
Però sono dei gran romantici.

Valua lanciò la parte alta dell’ottavo. Tre strikeout.
Il Duca la parte bassa dell'ottavo. Tre strikeout.
Valua lanciò la parte alta del nono. Tre strikeout.
Punteggio sempre 3-0 per Winnsboro.
Il Duca aveva affrontato ventisei battitori, aveva un no-hitter. Toccava ai numeri 9-1-2 del
lineup de Los Blancos. Tre battitori che erano andati 0 su 9. Il primo battitore, Iglesias, andò strikeout. Il secondo, Cardenal, battè su un lancio 0-2 un comebacker al Duca che fece un facile out.

Poi accaddero cose singolari.
Il numero due del lineup, De Jesus, battè un singolo a destra; il numero tre, De Los Santos, battè un singolo a destra spingendo De Jesus in seconda; il numero quattro, De La Cruz, battè un singolo a destra, spingendo De Jesus in terza e De Los Santos in seconda. Si può facilmente intuire che El Cabezòn aveva deciso di andare con un lineup di cognomi religiosi, che il Duca era destro, che il lineup era un ripieno di mancini e che Los Blancos ebbero un enorme culo su tre lanci consecutivi.

La fidanzata Maria La Rubia gli sventolava davanti agli occhi un fazzoletto rosso.
El Toro si svegliò dal torpore, non si sarebbe mai immaginato di dover andare a battere ancora una volta.
Si trascinò al piatto.
Sapeva quello che doveva fare.
La mazza si srotolò sulla palla. Un arco immenso, altissimo.
Volava lungo la linea bianca immaginaria dipinta nel cielo.
Foul.
Appena foul.
Il Duca prese paura e il conto fu presto 3-1.
Due dita abbassate. Curva.
El Toro girò a vuoto.
Ahhhhh della folla, ormai ben oltre cinquemila persone.
Conto pieno.

El Toro chiuse, forse, gli occhi, girò con tutta la forza che aveva in corpo.
Trentun’anni di partite in quella lega maledetta e meravigliosa.
Boom!
Il violento sventolio della mazza lo fece girare su se stesso. Poi restò immobile a godersi la pallina che evaporava nel cielo ormai rosato del tardo pomeriggio.
Camp…!

Il grido si strozzò in gola.
Tutto si fermò, come sospeso.

L’arbitro di casa base.
Non c’era più.


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Re: Profondo Baseball

Messaggioda joesox » 24/12/2011, 8:59

9

Per primo arrivò Crane con un secchio d’acqua. Ma servì a ben poco. Si era preso una tale sventola.
Ci vollero quindici minuti buoni prima di vederlo riaprire gli occhi.
El Toro aveva girato con una tale violenza che la mazza aveva terminato la sua corsa sulla tempia dell’arbitro che era svenuto all’istante.

“Fuoricampo!”
“Io non ho visto nulla… in che stato siamo?”
“Grande Slam!”
“Mai sentito!”
“Arbitrooo!”
“Qual era il conto?”
“Fuoricampo, altro che conto!”
“Non ho mica visto”
“Come non ha visto?”
“Conto pieno… ora ricordo. Dunque, play ball, perché ci siamo fermati?”
“Arbitro! Ma che…”

La rissa che ne seguì fu sedata a stento dalla polizia a cavallo.
L’arbitro insistette che se lui non aveva visto, il fuoricampo non esisteva.
Non c’erano, naturalmente, altri arbitri. Già averne uno era un lusso.
Alcuni dissero che la palla era comunque andata foul.
Los Blancos negarono veementemente.
Ma non ci fu nulla da fare.
Il giudice Thornton diede ragione all’arbitro.
Fu l’ultima decisione della sua vita.

La partita, naturalmente sospesa, anche perché ormai era venuto buio, sarebbe ripresa il giorno dopo, il Labor Day, a mezzogiorno esatto, con la seguente situazione.
Parte bassa del nono.
Winnsboro 3, Los Blancos 0.
Basi piene per Los Blancos.
Due out.
Alla battuta: El Toro Gonzalez.
Conto: tre ball, due strike.

Il Duca non dormì per tutta la notte.
“Lui si aspetta la veloce, ma io lo so che lui lo sa e quindi gli lancio la curva. Ma lui sa che io so che lui sa e quindi gli lancio la veloce. E se lui se l’aspetta?”
El Toro non dormì per tutta la notte.
“Mi lancia la veloce. Ma lui sa che io so che me l’aspetto, quindi mi lancerà la curva. Ma io so che lui sa che io so che lui vuole lanciarmela e quindi… mi lancerà la veloce?”
Se si fossero messi d’accordo almeno avrebbero dormito.

El Cabezòn andò dal Toro alle sei del mattino.
“Cosa pensi?”
“Che dopo trent’anni sono ancora qui a giocare con la mente come un bambino. E che non ho messo via neppure un dollaro.”
“Paga con degli assegni allora!”
“E perché mai?”
“Beh, dopo oggi potrai dire che sei stato campione della lega del cotone e la gente pur di avere il tuo autografo non incasserà mai l’assegno!”
El Toro lo guardò stranito.
“E comunque, tu come lo sai?”
“Lo faceva Winston Churchill! L’ho letto sul Times”
El Cabezòn leggeva il Times!?
“Chi? Cosa? No, no, come lo sai che saremo campioni?”
“Il Duca ti lancerà la curva e tu batterai un fuoricampo.”
“Vorrei avere la tua fiducia.”
El Cabezòn giurò a se stesso che se fossero diventati campioni si sarebbe ammazzato.

La mano del Duca si aprì, quasi di scatto.
Erano venuti in diecimila, forse di più.
Un autobus con duecento messicani si era impantanato a due miglia da Eagle Bend.
Erano scesi ed erano venuti a piedi. Lungo la strada avevano saccheggiato un negozio di un fiorista e portavano migliaia di rose rosse. Le distribuirono a tutti i presenti.
Era uno spettacolo unico.
El Toro, il rosso gli piaceva un sacco.

Scivolava veloce verso di lui. Tagliava l’aria.
Immediatamente El Toro capì che non era una curva, tutt’altro.
“El Cabezòn, ma che cazzo mi hai detto stamattina?” pensò in un millisecondo.
Il Duca piegò la testa.
El Toro espirò.
Lo sapevano entrambi che quel giorno ci sarebbe stato solo un lancio.
Era anche ora di pranzo, tra l’altro.
Per un istante, e solo per quello, fu una piccola Major League. Fu più importante di ogni cosa che sarebbe avvenuta dopo o che era avvenuta prima. Fu l’istante più lungo della lega del cotone.
El Cabezòn aprì la bocca. Vi entrò una libellula.

El Toro colpì dal basso verso l’alto, sventolando una linea appena appena arcuata.
L’esterno destro – El Toro era un battitore mancino – pronunciò la famosa frase: “’Azz è long!” (che non è altro che l’anagramma di Gonzalez) e cominciò a correre all’indietro.
Il campo era lunghissimo, confinava con il meandro abbandonato del Mississippi.
I tre religiosi sulle basi partirono come schegge. El Toro rombava molto dietro a loro, sbuffando come un treno a vapore, girando attorno al sacchetto di prima. L’allenatore di terza si fratturò la clavicola mulinando il braccio destro per mandarli tutti a casa. I tre religiosi avevano pareggiato.

El Toro passò la seconda, ed ormai senza fiato, girò alla terza di San Martino come un elefante ferito e si diresse verso casa. Il ricevitore vide la sua ombra, il sole alto alle sue spalle, la sagoma enorme avvicinarsi.
L’esterno destro intanto aveva recuperato la palla, tirato all’esterno centro, questi all’interbase, che finalmente aveva tirato a casa.

L’impatto fu violento, ma non mortale. Il catcher volò undici metri all’indietro, El Toro scivolò a casa. L’arbitro che – dopo l’esperienza del giorno prima – era buoni cinque metri dietro casa base gridò: “Saaaaafe!” con tutta la voce che aveva in corpo e svenne nuovamente.
Ma poi ricordò tutto.

Los Blancos erano campioni!
I messicani scrissero, con vernice rossa, un grande 4-3 sul primo autobus, come il risultato dell’ultima decisiva partita, ed un grande 43 sul secondo, come le loro vittorie stagionali, e rimpatriarono, molti per sempre.
Non volevano altri ricordi.

El Toro fu uno dei pochi che ritornò per l’ultima stagione della lega del cotone, il 1954. Fu anche l’anno in cui nacque una bimba. Lui avrebbe voluto chiamarla Grandeslamma. Maria La Rubia tirò fuori il martello dal cassetto. Si accordarono rapidamente su Gardenia.

Un giovane lanciatore, qualche anno dopo, in una partita amichevole delle leghe minori affronterà El Toro Gonzalez.
Lo spegnerà con tre strike consecutivi.
A basi piene, nella parte bassa del nono, con il punteggio in bilico.

El Toro camminò lento verso la panchina.
Il giovane lanciatore gli passò accanto.
El Toro, senza guardarlo, gli sussurrò piano:
“Ragazzo, farai molta strada nel baseball, ma quando andrai in giro a dire che hai mandato strikeout El Toro Gonzalez a basi piene, mai nessuno ti crederà.”
Il giovane lanciatore ricordò quelle parole mentre pronunciava, molti anni dopo, il suo discorso per la Hall of Fame.

Buon Natale!


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